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Paola

Storie Tossiche

Paola

Questa è la testimonianza di Paola, napoletana quarantaquattrenne, controllore di volo dalla personalità libera ed estremamente indipendente. L’esperienza che ci racconta invece risale a 18 anni fa quando di anni ne aveva 26 e faceva la cameriera in un ristorante di Londra prima di intraprendere la sua carriera negli aeroporti.

V: Come vi siete conosciuti tu e lui?

P: Entrambi eravamo arrivati a Londra da poco, lui dalla Malesia io dall’Italia, da Napoli. Eravamo colleghi in un ristorante, io lavoravo in sala, lui in cucina. Esteticamente all’inizio nemmeno mi piaceva e invece ad un certo punto iniziò a piacermi.

V: Cosa ha iniziato a piacerti?

P: Mi ha preso, man mano, la sua personalità, i suoi modi di fare. Era chiacchierone, sempre sorridente, disponibile, pensa che il primo impatto era quello di avere davanti una persona dolce e allegra.

V: Tu come stavi emotivamente?

P: Lavorativamente non ero soddisfatta, non volevo fare la cameriera, l’aeroporto è sempre stato il mio sogno ma sapevo che prima o poi si sarebbe realizzato. A parte questo è stato un bellissimo periodo della mia vita, a Londra ho conosciuto tanta gente, ricordo le uscite, la libertà, le nuove amicizie, avevo 26 anni ero giovane ed era tutto bello, mi rendeva felice anche il fatto di stare lì da sola.

V: Sei ed eri anche allora uno spirito libero con la voglia di indipendenza, immagino anche senza necessità di avere un uomo accanto.

P: No mai avuta, anzi ti dico che quando sono partita ero fidanzata da due anni a Napoli. Probabilmente non ero abbastanza innamorata, non so, fatto sta che sentivo solo la necessità di andare via da una città che mi stava stretta.

V: Prima hai detto che all’inizio non ti piaceva. Lui, invece, ti ha notata?

P: Probabilmente sì. Ma sai anche perché? È una cosa che ho notato frequentando lui e i suoi amici, essendo malesiani di origine srilankesi sono molto attratti dalle donne europee proprio perché sono più indipendenti rispetto alle donne del loro paese. Sono convinta che abbia gettato anche più ami, mentre dava attenzioni a me.

V: E quando l’interesse è diventato reciproco?

P: Lavoravamo insieme, dopo il lavoro si usciva in gruppo tra colleghi e amici, mi corteggiava, mi dava attenzioni… credo sia successo gradualmente senza che me ne rendessi conto.

V: Attenzioni sì ma non siamo di fronte a un love bombing plateale, mi pare di capire.

P: No, infatti, attenzioni tante ma mai assillanti. Però considera che la storia è cominciata abbastanza presto, dopo 5 mesi che ci siamo conosciuti già vivevamo insieme e da quel momento fino alla fine non ci siamo staccati mai più, la chiamavo simbiosi. Lui non usciva nemmeno più da solo, eh?! Ero più io che magari dopo il lavoro uscivo con qualche collega perché finivo il turno prima.

V: A lui faceva piacere questa cosa?

P: No, lui non voleva. Finiva di lavorare dopo di me. Accettava questa cosa perché la facevo e basta ma comunque dovevo farmi trovare a casa quando lui rientrava.

V: Non hai pensato a una forma di controllo?

P: No, all’inizio non l’avevo capito. Non ricordo le tempistiche ma più o meno all’inizio ci sono stati due episodi che avrebbero dovuto farmi capire che tipo di persona fosse ma nonostante la gravità, invece, ho lasciato correre.

V: Din din din… i campanelli d’allarme.

P: Eh, sì. Convivevamo da poco ed è arrivato il primo schiaffo. Invece nell’episodio che ora ti racconto non vivevamo ancora insieme. Andammo ad una festa in un locale, lui litigò con un tipo, un collega tra l’altro, ricordo la scena in cui prende un posacenere per spaccarglielo in testa. Cosa che non gli è riuscita perché c’è stata gente che è intervenuta impedendoglielo.

V: Altrimenti l’avrebbe fatto davvero?

P: Sì! Quella sera lui poi è venuto a casa mia ed è stato male tutta la notte, io cercavo di calmarlo ma lui era così rabbioso che non ci riuscivo. Nemmeno i miei coinquilini riuscivano a calmarlo, lui stava male perché non era riuscito a spaccare il posacenere in testa a quel tipo. Non era incazzato con me, non mi ha assolutamente toccata ma avrei dovuto pensare che di base fosse una persona violenta. Non l’ho pensato, ero solo incredula.

V: Quando avete pensato alla convivenza?

P: Eravamo già in questa sorta di simbiosi pur non abitando nella stessa casa, ci è venuto automatico prenderne una insieme. Ero innamoratissima.

V: Il passaggio da “Lui mi piace” a “Ne sono innamoratissima”?

P: Probabilmente il sesso ha fatto la sua parte, tra noi c’è stata sempre una forte chimica. Pensa che io ero ancora fidanzata con il mio ragazzo italiano quando avevo cominciato la storia con lui. Non ricordo nemmeno il primo bacio ma la prima volta che abbiamo fatto sesso sì.

V: Ah, già, il fidanzato italiano!

P: Quando venne a trovarmi il mio fidanzato non riuscii a starci insieme fisicamente e quando ritornò la volta seguente lo lasciai. Lì mi resi conto della differenza della chimica, del trasporto, per la serie “Non avevo provato niente fino ad ora!”

V: Quanto è durata questa storia?

P: Quattro anni.

V: Passiamo alla convivenza… abbiamo lasciato in sospeso l’episodio del primo schiaffo.

P: Sì, vivevamo da poco insieme, ci eravamo messi a letto e “sbam!”, arrivò questo schiaffo. Perché eravamo usciti e probabilmente avrò scambiato una parola con qualcuno ma ancora oggi ne ignoro il motivo. Ricordo che fuori al locale con un gesto, forse una spinta o già un tentativo di schiaffo, mi strappò via la fascia che avevo nei capelli. Già lì, chiedevo cosa fosse successo e perché si stesse comportando in quel modo ma lui niente, non una parola, cambiò espressione. Cominciò a trasformarsi, non so come spiegartelo.

V: Ti assicuro che non hai bisogno di spiegarmelo, le conosco bene quelle trasformazioni, posso solo comprendere.

P: Mi trovavo davanti ogni volta due persone totalmente opposte l’una dall’altra. Comunque, rientrammo a casa e ci mettemmo a letto che lui era ancora incazzato nero; dunque, riprovai a chiedere spiegazioni ripercorrendo la serata nella mia mente e mi arrivò di risposta solo questo schiaffo. Dopodiché mentre ero sconvolta e in lacrime lui mi abbracciò e mi chiese scusa. Ecco le due persone opposte che intendevo.

V: “Ogni volta”, quindi al primo schiaffo ne sono seguiti altri?

P: Si, spesso. Si è rivelato da quel momento in poi effettivamente un uomo violento. E se non era violenza fisica era violenza verbale, umiliazioni e insulti per nulla. Una sera andammo a ballare, uscivamo spesso soli, lui si allontanò per andare a prendere da bere, un ragazzo italiano mi si avvicinò e voleva chiacchierare, ricordo di avergli detto così: “Ti dispiace allontanarti perché non sia mai il mio ragazzo mi vede parlare con qualcuno.” Ero terrorizzata.

V: Terribile!

P: Sì, questa cosa me la ricordo come fosse ieri, sono quelle cose che ti restano impresse, percepisco ancora distintamente il terrore che mi prese quando questo ragazzo mi si avvicinò. Se ci penso oggi non sta né in cielo né in terra, invece io l’ho fatto perché lì non sai come può finire, anzi in realtà lo sai e cerchi di evitarlo in tutti i modi. Nonostante tutto però c’era sempre questa simbiosi tra noi.

V: E nonostante questo terrore ti sentivi sempre innamorata?

P: Sì, profondamente.

V: Non ha mai vacillato questo sentimento d’amore nei suoi confronti?

P: Ah sì sì ma è venuto molto dopo. Certo vacilli nel sentimento e sei molto più concentrata sul da farsi perché ad un certo punto lo sai che qualcosa devi fare. Avrei davvero voluto andare via ma non ci riuscivo. Ero confusa, cercavo sempre di riportare la relazione al all’idillio dell’inizio. Perché i quattro anni di inferno hanno avuto degli intervalli di cose belle e lì hai la speranza che il brutto sia alle spalle una volta per tutte. Invece ad ogni episodio si rivelava sempre peggio. Ci sono state volte in cui non sono rientrata a casa con lui, una sera in particolare mi ha picchiata durante una lite per strada, riuscii a scappare e rifugiarmi in un albergo.

V: E lui?

P: Aveva sempre reazioni che riscontravo e scontavo quando poi ritornavo a casa. Nel caso di questa particolare notte mi fece sparire il passaporto, non l’ho trovato per un bel po’, poi me l’ha restituito. Durante le mie assenze le minacce telefoniche su tutto quello che mi avrebbe fatto appena gli sarei stata di nuovo sottomano erano continue. Una volta trovai la mia biancheria intima tagliata, te l’avevo accennato.

V: Sì, ce lo racconti?

P: Tutta tagliata a pezzettini. Lui mi regalava tante cose intime, aprii il mio cassetto della biancheria e la trovai in versione coriandoli.

Poi, sai, ricordo perfettamente gli episodi di violenza ma non riesco a collegarne i motivi che li scatenavano, probabilmente perché erano sempre motivi futili e forse, a volte, non c’erano nemmeno quelli.

V: Ecco appunto, non li ricordi perché fondamentalmente i motivi non ci sono. Per loro ci sono solo pretesti e ogni pretesto è ottimo per innescare reazioni.

P: Esatto, i motivi erano “perché ti sei vestita così”, “perché sei uscita”, “perché hai chiacchierato con un cliente o addirittura gli hai sorriso” …Prendevo ordinazioni ai tavoli, cos’altro avrei potuto fare?! Per non parlare dei complimenti da parte di altre persone, uomini o donne che fossero. Una volta una donna in un negozio mi disse che ero bella e lui rispose “Roba da metterle il burqa”. E quella volta che i nostri amici organizzarono una giornata all’acqua park e non ci siamo andati perché “tu in costume non ti ci metti!” Ti rendi conto?!

V: Eh sì, mi rendo conto. E queste cose le hai accettate per il famoso quieto vivere…

P: Le accettavo ma poi il mio carattere in qualche modo provava a venire fuori, tante litigate si innescavano perché spesso io facevo ciò che mi impediva di fare. Non voleva che frequentassi le mie due migliori amiche, non le tollerava, una era mezza troia l’altra beveva troppo e quindi non andavano bene per me ma ovviamente non era vero.

V: Certo, le persone che ci circondano non vanno mai bene. E si procede verso l’isolamento.

P: Sì, anche perché temi le umiliazioni e cerchi di evitarle. Una sera siamo usciti con una mia amica e il suo ragazzo, a cena al ristorante mi mollò uno schiaffo così davanti a loro all’improvviso, chissà cosa avrò detto. Davanti agli altri mi faceva fare sempre brutte figure, mi trattava malissimo. Una volta mi puntò un coltello in faccia.

V: Un coltello… davanti ad altre persone?

P: No, eravamo a casa da soli, è che mi stanno venendo in mente episodi a raffica mentre parliamo. Eravamo sul divano.

V: Quindi non è stato un raptus mentre ce l’aveva già in mano che tagliava qualcosa.

P: No no, durante una discussione si è alzato dal divano ed è andato a prendere un coltello. A casa si scatenava proprio. Diventava una furia, pensa che avevamo due buchi nella parete, l’aveva bucata con i pugni. Immagina la forza che aveva.

V: Questi episodi ti hanno fatto capire che eri impelagata in una relazione tossica?

P: Ci sono arrivata molto dopo, non l’avevo capito nemmeno standoci dentro. Ho realizzato che dovevo andarmene perché era diventato estremamente pericoloso. All’inizio è stato tutto bello e veloce, l’episodio del posacenere non l’avevo avvertito come campanello d’allarme, non vai all’idea che la stessa persona che non ha spaccato il posacenere in testa a quel tipo un giorno ti avrebbe messo le mani addosso e ti avrebbe reso la vita un inferno. No, non ci pensi. Ad un certo punto, però, ero così satura che ho avuto persino un rifiuto sessuale nei suoi confronti, non mi era mai capitato, era verso la fine della relazione e pensai “ah, finalmente!”.

V: Neppure al primo schiaffo hai pensato: “succederà ancora”?

P: Sì, lì ci pensi. È quello che ho vissuto più male. Ero innamorata. Al primo schiaffo in teoria dovresti andare via ma non succede, non lo fai, almeno io non l’ho fatto. Pensi prima che sia un episodio singolare o addirittura che davvero hai fatto qualcosa per meritare quello schiaffo.

V: Hai detto che comunque i momenti belli li avete vissuti, il tuo malessere si alternava in base a quei momenti o restava comunque costante?

P: No, non si alternava, quello ce l’hai sempre. Il malessere quando ti arriva è costante nonostante i momenti belli perché tu ormai entri in un loop e sai che prima o poi la reazione si scatenerà, stai sempre sul chi va là e non sei mai più te stessa

V: La fine della relazione com’è avvenuta? E lui l’ha accettata?

P: No assolutamente. Ho preso casa per fatti miei e subito dopo sono andata in vacanza con un’amica. Mi ha fatto passare l’inferno, mi telefonava e messaggiava di continuo insultandomi e minacciandomi e io piangevo, ho pianto per tutta la vacanza perché ero riuscita a staccarmi ma ne ero innamorata. Quando sono tornata ho fatto il trasloco definitivo in un’altra casa durante il quale ci sono stati anche dei rapporti intimi tra noi ma sono andata ugualmente fino in fondo. Qualche volta mi chiamava dalla metro e minacciava di ammazzarsi. Ovviamente non si è ammazzato.

V: E com’è andata a finire?

P: Quando ho lasciato definitivamente casa è andato via, è ritornato in Malesia. Ah, e manca un particolare: quando ci siamo lasciati mentre lui faceva su e giù Londra-Malesia, prima di ritrasferirsi definitivamente nel suo Paese, ha messo incinta l’ex moglie mentre non voleva che lo lasciassi. L’ho saputo dopo, mi ha mandato una foto con suo figlio.

V: Perché negli anni ti ha cercata ancora?

P: Sì, sempre. O direttamente o tramite altre persone. Poi dopo dieci anni mi ha inviato la foto di un altro figlio avuto con un’altra donna ancora. L’ultima volta che mi ha cercata è stata tre anni fa. Non gli ho mai risposto e ho bloccato il suo ennesimo numero.

V: Abbiamo ripercorso la storia, ti chiedo ancora: era amore?

P: Sì! Io penso di averlo amato nonostante tutto mentre lui sicuramente era una persona disturbata. Di fondo è quello che ha vissuto in famiglia da quello che raccontava, mi parlava del papà che era violento con la mamma. Ho saputo in seguito che lui era violento anche con l’ex moglie.

V: Pensi che questa storia ti abbia lasciato qualche trauma?

P: Gli uomini con me non possono permettersi di alzare la voce, non riesco a tollerarlo. Mi blocco completamente, non riesco a reagire se alzi la voce.

V: Dopo di lui hai avuto altre relazioni più o meno serie o lunghe?

Mai più. Mi sono innamorata di un uomo sposato e abbiamo avuto una lunga storia ma non posso definirla una relazione mia assolutamente. Chissà che non faccia parte di una reazione al trauma subito, ci sto riflettendo in questo momento.

V: Cosa ti ha lasciato questa storia?

P: I primi anni ci ho pensato tanto a lui, ci ho pianto, addirittura mi mancava nonostante vedessi anche altri uomini. Poi è passato, non so nemmeno quando esattamente.

V: Oggi ne sei fuori?

P: Sì, da anni ormai. La mia fortuna è stata quella di essere ritornati nelle nostre rispettive città. Nello stesso luogo, se un uomo si fissa, diventa più complicato di sicuro scrollarselo di dosso… anzi chi ha vissuto questa storia con me, amiche e amici intendo, diceva: “Paola, per fortuna è andato via altrimenti non sarebbe finita bene per te”.

V: Come vivi oggi le relazioni?

P: La domanda di riserva c’è?

V: Mmh, vediamo… questa esperienza insegna?

P: Sì! Sono sicura che non mi capiterà mai più un uomo violento. E spero possa essere una testimonianza utile per altre persone.

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Roberto

Storie Tossiche

Roberto

State per leggere una storia decisamente singolare, una doppia relazione tossica vissuta da un’unica persona. È l’esperienza di Roberto, attore quarantenne di Milano e del suo legame con Claudia, veterinaria trentottenne di Bologna.

V: Roberto, un tempo mi sarei stupita del fatto che una personalità forte come la tua, con un profilo professionale e artistico così importante sarebbe rimasto coinvolto in una relazione tossica. Oggi so benissimo che invece…

 R: …che invece la mia personalità è una calamita per donne narcisiste, io ne ho incontrate davvero tante e oggi, dopo l’ultima relazione, l’ho capito.

Si presentano come persone di grandissimo successo e grandissimo valore. Persone che spiccano e brillano all’interno di un contesto sociale e che sono alla ricerca di un rapporto unico, sfavillante perché tutto questo fa sembrare che ci si trovi davanti a un’unione perfetta tra due persone di successo che hanno una loro specialità. I narcisisti, dunque, sono molto attratti da chi fa una professione artistica o di successo, rappresenta per loro un’evoluzione del proprio status.

V: Approfondiamo questa cosa prima di addentrarci nella tua storia.

R: Noi siamo abituati a pensare per macrocategorie, il love bombing per esempio, come se tutto appartenesse ad un unico rituale, invece, è opportuno chiarire che tra un narcisista e l’altro, oltre alla comune attitudine alla manipolazione, c’è da considerare la diversa abilità, cultura e intelligenza dei soggetti, uomini o donne che siano. Ci sono quelli più imbranati, basici che trovano terreno fertile soltanto con persone inesperte, ingenue, sostanzialmente sprovvedute. Ci sono, al contrario, quelli scaltri e sottili che sono molto più difficili da riconoscere, dunque, anche una personalità forte davanti a un narcisista particolarmente abile, non voglio dire cade perché sembra quasi implicare un giudizio di colpa, però, nel legame ci entra.

Non facciamo quindi l’errore di pensare che solo le persone deboli e particolarmente ingenue si facciano irretire da un manipolatore. Credo addirittura sia la forma di narcisismo più diffusa proprio perché è meno plateale.

 V: Raccontaci di Claudia.

R: Claudia, una donna bellissima di 38 anni apparentemente eccezionale, una veterinaria che opera nella clinica di famiglia. Questo lascia comprendere ulteriormente quanto sia efficace la maschera con la quale si presenti. Una persona che cura gli animali la si vede mossa dagli intenti più nobili del mondo, pensi di aver incontrato un’anima dal valore smisurato. Lei era così presente, dolce, premurosa, affettuosa, anche per la spiccata sensibilità di chi svolge questo tipo di professione, pensavo.

Col senno di poi sono arrivato alla conclusione che persino la scelta del lavoro serva a costruire per sé stessa e agli occhi degli altri questa maschera di ego grandioso, lei ha bisogno di un’attività che comunque la faccia sentire una donna straordinaria. In realtà degli animali non gliene frega un cazzo, sono solo oggetti di seduzione per dire a tutti “guardate quanto sono brava, quanto sono sensibile, quanto sono grande, quanto sono meravigliosa”.

V: Il vostro incontro, dove è avvenuto e in che modo?

R: È avvenuto in modo virtuale. Sui social, sia dal punto di vista personale che professionale, sono piuttosto in vista, un’esca abbastanza invitante per le persone con questo tipo di disturbo, perché di disturbo della personalità si tratta. Alcune si sgamano subito per ciò che sono realmente, ti concedi pure l’incontro ma sai bene che non è il caso di approfondire. Nel caso di Claudia, invece, le sue grandi doti e abilità non mi hanno minimamente fatto pensare che potesse essere un soggetto di questo tipo.

 V: E’ durata molto la fase virtuale prima di conoscervi dal vivo?

R: Sì, anche perché lei non vive a Milano, è di Bologna, quindi, c’è stata prima una conoscenza virtuale approfondita. In quella fase lei teneva molto a stabilire un contatto visivo con le videochiamate, teneva a stabilire, prima ancora che ci incontrassimo dal vivo, una sorta di specialità che aveva lo scopo di una prima manipolazione. Per esempio “Quanto mi piace quando indossi i dolcevita” … Sapendo che dovevo fare la videochiamata, mettevo spesso i maglioni dolcevita. Serve a capire quanto tu voglia fare colpo su di loro. Inventano e simulano delle abitudini per farti credere che hanno cose in comune con te. Lo scopo è inculcarti: “Guarda, solo noi due abbiamo questa particolarità, il che significa che siamo diversi dal resto del mondo e uniti da questa cosa”. Claudia ha fatto esattamente così durante la frequentazione dopodiché queste piccole, chiamiamole, manie che ci fondevano le sono sparite proprio perché, in realtà, non le aveva mai avute.

V: Quali sono state le tue sensazioni quando vi siete visti e lei come si è comportata?

R:Ci siamo incontrati qui a Milano, lei bellissima, estremamente magnetica. Abbiamo vissuto una giornata perfetta anche se ho avuto costantemente la sensazione che dicesse e facesse cose solo per impressionarmi, però l’attribuivo al fatto di voler fare colpo, che diciamoci la verità non è peccato all’inizio. Mettere in risalto i nostri aspetti migliori non è patologico, lo è spacciarsi per chi non si è. Lei però usava espressioni che per me poi sono diventati i famosi campanelli d’allarme, tipo: “Mi sembra di conoscerti da sempre”, come se si fosse già inserita in un’eternità e a stabilire l’unicità di questo legame, per dire “Già siamo speciali e perfetti”.

V: Quanto è durata la vostra relazione reale?

R: Sei mesi in tutto.

V: Vissuta più a Milano o Bologna?

R: Per una serie di motivi più a Bologna. Per me è stato massacrante quel periodo in cui facevo l’impossibile per incastrare i miei impegni con i suoi pur di trascorrere più tempo possibile con lei.

V: Lei lo apprezzava?

R: All’inizio sì, poi man mano sembrava che le fosse dovuto.

V: Viveva da sola?

R: Sì. Altra cosa che mi è sembrata strana, lei è divorziata con figli ma i figli vivono con il padre.

V: Non l’avrei detto che stessimo parlando di una mamma. Li hai conosciuti?

R: Me li ha fatti conoscere quasi subito, così come il resto della sua famiglia. Voleva che legassi con i bambini e, a tutti i costi, che gli presentassi i miei genitori ma non ho fatto in tempo. Lei mi accusava che la facessi sentire un’amante non una campagna, abbiamo discusso tanto su questa cosa. I miei amici e colleghi invece li conosceva, è stato naturale presentarglieli.

V: Perché non l’hai presentata ai tuoi?

R: Ho tempi diversi, una compagna la presento ai miei genitori dopo un determinato periodo e in virtù di una relazione solida. Con lei sentivo costantemente che ci fosse qualcosa che non andasse, troppe cose che non mi tornavano.

V: Con i tuoi amici hai rilevato atteggiamenti strani?

R: L’ho capito sempre dopo la relazione. Ci teneva tantissimo, anzi troppo, a dare una buona impressione di sé, non in maniera normale, credimi. Una volta, dopo una cena di lavoro con altri colleghi attori, in cui lei era con me, mi chiedeva di continuo cosa pensassero di lei. Pretendeva che li chiamassi per chiedere loro se gli fosse piaciuta o meno.

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V: Quando hai cominciato a percepire i primi campanelli d’allarme ed avvertire malessere?

R: Nella fase centrale della relazione, una dissonanza cognitiva assoluta. Per esempio, era un continuo “Ti amo, sei meraviglioso, non avrei potuto incontrare un uomo migliore, la nostra storia è fantastica… però far funzionare una relazione è difficilissimo. Le piccole attenzioni che mi dava nel primo periodo col tempo, poi, sono sparite gradualmente anche se lì per lì non ci ho dato peso. Man mano mi toglieva piccole cose che mi generavano una lieve ma costante inquietudine e quindi un malessere quasi impercettibile ma sempre presente. Dopo l’interruzione del “rinforzo positivo” progressivo arriva in modo brutale e quasi del tutto inaspettato lo scarto che viene attuato addossandoti le responsabilità di ogni cosa e facendoti credere di essere un totale delusione.

Io portavo sulle spalle il senso di colpa di non farla sentire abbastanza amata. Dopo episodi banalissimi a cui lei dava un’importanza immane, mi accusava velatamente di non essere poi l’uomo meraviglioso che credeva che fossi. In seguito a questi pretesti, invece di mandarla a fanculo, reagivo scusandomi per non aver interpretato il suo desiderio. Il fatto è che tra una stranezza e l’altra c’era tanta bellezza, anzi proprio per questo, a volte, credevo che i miei dubbi fossero immotivati e cercavo sempre di riportare la relazione a quella bellezza.

V: Episodi di svalutazione ce ne sono stati? Magari anche riguardo al tuo lavoro?

R: Nel lavoro mai, per come sono fatto io l’avrei mandata a quel paese e lei era scaltra, sapeva benissimo di non potersi spingere oltre quello che faceva, a piccole dosi. Mentre sul piano personale cominciava a togliermi anche autorevolezza, all’inizio ero un uomo meraviglioso come meraviglioso era tutto quello che facevo, invece, dopo cominciò ad avere da ridire anche su dettagli insignificanti come, ad esempio, il mio modo di tagliare il pane. Era cominciata la fase di svalutazione in cui lei era delusa per tutto quanto. Litigavamo? Non sei la persona sensibile che credevo che fossi”. Mi offendevo? Non sei la persona ironica che io pensavo di conoscere” Attenzione, attenzione sempre, alle frasi tipo non sei la persona che credevo che fossi poiché nascondono una chiarissima intenzione manipolatoria.

V: Qual è l’episodio che ti ha fatto più male?

R: Di sicuro il momento in cui mi ha lasciato, tra l’altro l’ha fatto per messaggio e il giorno dopo avermi detto, con tutto “l’amore” che provava per me, che nulla l’avrebbe resa più felice al mondo di avere un figlio con i miei occhi. Sempre a proposito di dissonanze cognitive, il giorno seguente mi ha inviato un vocale su whatsApp dicendomi: “Dovevo capire delle cose e ho capito che non ti amo”, quello che mi ha fatto più male è stato il tono, compiaciuto e cattivo della sua voce.

V: Praticamente un tono da “Ti sto facendo del male e me ne gongolo!”. Totalmente destabilizzante.

R: Esattamente. Infatti, quello che rende dolorosa l’esperienza col narcisista è proprio questo. In una relazione sana, che ad un certo punto va in crisi, la coppia lo sa bene e sa anche, semmai, che se non risolveranno le loro divergenze e che il rapporto potrebbe arrivare al termine. Nella relazione con il narcisista tutto questo non c’è. C’è una persona che fino a un attimo prima ti ha detto che ti ama e progetta di fare un figlio con te e l’attimo dopo ti molla perché non ti ama più. È un trauma!

V: È ritornata? I narcisisti ritornano sempre.

R: Sì, dopo una decina di giorni, con un messaggio di auguri per Natale che si concludeva così: “Spero che un giorno mi perdonerai per il male che ti ho fatto“, proprio come a dire tu non mi manchi un cazzo, io non sto soffrendo, quello che sta soffrendo sei tu. Inizialmente le volevo rispondere con tutta la rabbia che avevo dentro poi con grande autocontrollo le ho risposto: “Ma figurati, avrò sempre un ricordo bello di te.” Ci è rimasta secca, credimi! Lei si aspettava di trovare da questa parte una persona distrutta e reazioni pesanti. Io soffrivo, eh?! Ma mai avrei fatto il suo gioco.

V: Ti credo! Per loro le reazioni di rabbia sono nutrimento assoluto. Tu pensi di averla amata? Dico, anche razionalizzando col senno di poi, credi che per te sia stato proprio un sentimento d’amore?

R: Sì, ne sono convinto. Ho amato la persona che lei ha finto di essere e l’ho amata tanto.

V: Tu ne sei fuori e lo sei con una razionalità e lucidità incredibili.

R: Io ne sono uscito da solo e ho anche ricostruito tutto da solo. Però è necessaria una grandissima capacità analitica.

V: E sei stato eccezionale! Sei l’esempio perfetto di quanto sia fondamentale informarsi su questo fenomeno, analizzarlo ed elaborare l’esperienza. Questo è un “lavoro” che hai fatto tutto post relazione?

R: Sì, post relazione. Ho cominciato ad avere sospetti nella fase finale che sarà durata un mese.

V: Hai praticamente reso i primi sospetti l’inizio della fine.

R: Avevo troppa inquietudine, c’era una voce dentro me che ripeteva che più di qualcosa non andava e, ogni volta, che mettevo Claudia alla prova ne avevo sempre più conferma.

V: Quando hai capito che si trattasse di narcisismo patologico?

R: C’è da dire che prima di questa esperienza non sapevo nemmeno cosa fosse, poi dalla fine della storia ho compreso tanto anche delle relazioni precedenti. Contemporaneamente al fatto che cominciavo a percepire stranezze, ho cominciato per lavoro a studiare il ruolo di un narcisista e da lì ad approfondire l’argomento sia per la parte da recitare che per la mia vita reale.

V: Quindi hai smascherato Claudia, troncato la storia, elaborata e accantonata in tempi brevissimi. Perché ne sei fuori completamente, giusto? Non c’è stato un ritorno?

R: Lei ha provato a sondare il terreno, vedere la mia propensione nei suoi confronti con like e cuori sui social, con messaggi non espliciti ma facendo sentire la sua presenza. Si aspettava che in qualche modo mi facessi avanti io, non che sparissi senza cercarla mai più. Ha subito anche uno smacco constatando, tra le altre cose, che la mia vita stesse andando anche meglio rispetto a quando ero con lei. Miglioramenti in tutti gli aspetti, anche quello fisico, mi sono rimesso in forma perché comunque per tutta una serie di cose mi ero spento e lasciato andare.

V: Hai abbattuto anche la fase del ritorno. Loro tornano sempre e quasi sempre riescono nel loro intento.

Facciamo, però, un piccolo passo indietro perché contemporaneamente a questa storia, e qui arriva il colpo di scena, eri vittima della manipolazione di un’altra persona ma questo l’hai capito solo quando hai messo fine alla relazione con Claudia e hai fatto finalmente chiarezza sugli atteggiamenti tossici in generale.

R: Sì, e adesso entra in gioco quello che chiamo il “cattivo occulto”, occulto perché sembra buono invece è tra i più perfidi. In quel momento ma, in realtà, da tanti anni ero vittima della manipolazione di un uomo con il quale lavoravo spesso e che si è poi rivelato essere la persona più negativa, non solo della mia relazione con Claudia, ma di tutta la mia vita.

V: Raccontaci di questo cattivo che chiamiamo Paolo.

R: È un regista con un passato glorioso e un presente totalmente decadente.

È il più cattivo tra i cattivi perché non lo penseresti mai, è veramente una persona pericolosissima. Con Paolo ci lavoro da anni ed è diventato quasi subito un rapporto simbiotico che ha ben presto prevaricato il normale rapporto tra regista e attore. Sono diventato prima il suo confidente e poi l’incassatore di tutte le sue paturnie, ecco perché dico che, purtroppo, attiro persone tossiche.

V: Perché ribadiamo che i rapporti tossici si sviluppano anche in ambiti diversi da quello sentimentale.

Assolutamente sì. Il narcisismo patologico e i rapporti tossici si riconducono erroneamente sempre e solo alla sfera sentimentale mentre, invece, di quella lavorativa non se ne parla. Tra l’altro non è nemmeno un rapporto uomo/donna ma uomo/uomo, quindi, è ancora più subdolo come indice di pericolosità.

V: In che modo, Paolo, manifestava la sua tossicità?

R: Mi telefonava tutti i giorni, attenzione, tutti i giorni. Le mie giornate cominciavano con la telefonata di Paolo che partiva a raffica con “Eeh, Roberto, qui è finito tutto, tutto fermo, tutto in crisi, tutto morto… hanno distrutto un mercato, non c’è speranza…” Inondandomi con un mare di negatività.

Oppure quando lavoravo a qualche progetto che esulasse da lui?

 “Ah bello, sono felice per te ma va su un’emittente che ha 20 miliardi di telespettatori?”

“No!”

“Eeeh allora stai perdendo tempo, che lo fai a fare? Poi vedrai!”

E te ne potrei fare tanti di questi esempi. Lui mi smorzava l’entusiasmo per un successo mettendomi davanti l’ipotesi di un successo più grande ma del tutto irrealizzabile. Tutte queste cose ti spengono e ti risucchiano energie.

V: Non l’avevi minimamente percepita questa tattica? Pensavi fosse semplicemente parte del suo carattere?

R: Non l’avevo percepita. Io e lui litigavamo spesso, era evidente che fosse una persona negativa e ansiosa ma mai ho pensato che fosse in malafede, mai!

Questa storia è davvero machiavellica. Lei narcisista che vuole farmi credere che il manipolatore sia io, che poi alla fine della storia mi apre involontariamente gli occhi su un rapporto tossico lavorativo preesistente. Sai che oggi la ringrazio perfino? Mi ha permesso di fare chiarezza sulla tossicità di tanti rapporti che avevo.

V: Ti comprendo perfettamente. Paolo interferiva anche nella tua storia?

R: Sì, mi intossicava pure i momenti in cui ero a Bologna da lei, era capace di chiamarmi anche venti volte al giorno per dirmi che alcuni colleghi parlavano male di me. Ma non solo, non guarda in faccia niente e nessuno, interferiva anche nei momenti familiari più delicati. Un pomeriggio attendevo fuori dalla sala operatoria l’esito di un intervento complicato di mio nipote, e lui lo sapeva, mi ha chiamato per discutere di copioni (per film che non sarebbero mai stati girati)

V: Ma pensa! Dunque, oltre alla “modalità succhia energie” quotidiana ti creava realmente problemi al lavoro…

R: Mi faceva terra bruciata intorno, che per uno come me è dolorosissimo perché al mio lavoro ci tengo in modo viscerale, fino a quando non accaddero degli episodi che mi hanno aperto gli occhi. Paolo insisteva sul fatto che alcuni registi mi considerassero un pessimo attore, questo generava in me un malessere enorme, amplificato dal fatto che già vivevo lo stress della mia relazione sentimentale e dal fatto che io, al contrario, nutrivo ammirazione e stima profonda per i registi al quale si riferiva.

V: Carichi su carichi. Come mai non ti sei confrontato con i diretti interessati?

R: Perché Paolo ha collaborato spesso con loro e, ribadisco, non ho mai pensato alla sua malafede credendolo un mio caro amico. Poi è successo che, qualche settimana dopo, questi stessi registi mi hanno chiamato per offrirmi ruoli nei loro film, complimentandosi con me perché era da un po’ che mi studiavano. Quando ho mostrato la mia perplessità visto quello che mi era stato riportato, mi sono stati mostrati i messaggi in cui chiedevano il mio contatto telefonico a Paolo senza ricevere alcuna risposta.

V: Lavori ancora con Paolo?

R: Sì, capita ma ormai sa bene cosa penso di lui. Ho scritto un post su Facebook, forse proprio quello per il quale mi hai contattato tu, quello che trattava l’argomento. Non mi riferivo alla mia ultima compagna ma a Paolo che, tra l’altro, poco più tardi mi ha chiamato per chiedere spiegazioni su quanto avessi pubblicato, aveva capito perfettamente che fosse per lui e gliel’ho confermato.

V: Cazzo, che scoop, non l’avrei mai immaginato di Paolo!

R: È cattivo, lo è ancora di più perché è una vittima di sé stesso. Io gli voglio anche bene ma mi ha fatto troppo male perché poi parliamo di sette anni di manipolazione. Per fortuna ne sono uscito, non indenne perché ci ho perso davvero la salute, ma di sicuro più forte.

V: Secondo te Paolo è consapevole di questi suoi atteggiamenti e della sua personalità?

R: Probabilmente è inconsapevole però ha 60 anni non può non rendersi conto, soprattutto quando poi glielo si dice. Distrugge tutto e smorza qualunque entusiasmo perché nulla è mai sufficiente. Di persone come lui ne esistono tante, troppe, perciò ti dico che forse questa storia è molto più utile dell’altra. Nell’altra ci sono delle particolarità, nel senso che quando si parla di narcisismo si pensa sempre a delle cose macroscopiche, evidenti a tutti, mentre la mia dimostra che non è sempre così, che ci sono delle persone, anche per abilità personali e professionali, che sono capaci di dissimulare e mistificare in modo molto più scaltro. Questa lavorativa invece è ancora più raramente affrontata ed è importante quindi che se ne parli il più possibile.