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“Controllo e Svalutazione”

Sesto Girone

“Controllo e Svalutazione”

Erano le due di notte, ero al buio seduta alla scrivania, solo la luce bianca di una lampada faceva da occhio di bue al computer. Scrivevo un articolo da aggiungere agli altri affinché, a fine percorso, potessi iscrivere il mio nome all’albo dei giornalisti.

 

La scrittura mi accompagna sin da piccola, è una necessità fisiologica prima ancora che una passione. Mia imprescindibile migliore amica, le ho affidato le mie più intime confidenze, è lei da sempre e per sempre il mio sostegno quando ho sentito e ancora sento l’esigenza di scavare nelle mie emozioni ed estrarne i sentimenti.

 

Il traguardo era il tesserino, era un mio pallino da tempo, non avrei pensato si potesse concretizzare e invece… Ormai da un po’ scrivevo e firmavo pezzi da quasi professionista e finalmente avrei potuto realizzare il mio desiderio ma in una relazione piena solo del mio principe aguzzino, io rubavo scampoli di tempo da dedicare al mio obiettivo. Quando mi riusciva.

 

Mentre ero assorta nelle parole che si materializzavano veloci sul foglio del word, d’un tratto sobbalzai dalla sedia, era quello là entrato in stanza a farmi sentire la sua roboante presenza nonostante mi girasse intorno in assoluto silenzio. Nella mia testa, però, si faceva sempre più nitida la musica de “Lo squalo”: “dam dam dam dam…”, riuscite a sentirla anche voi?

 

«E’ un’intervista a un cantante», ha bisbigliato la mia voce quando lui si è affacciato nel monitor del portatile con quegli occhi, ormai familiari, che avrebbero intimorito il demonio.

Nessuna sua parola, non un cenno, solo la sensazione di gelo che avvertivo ogni qualvolta preavvisavo l’imminente tempesta che mi avrebbe travolta.

 

Post-it: Il cervello di un manipolatore affettivo vive in stato di premeditazione perenne, (questa più che l’introduzione di un “post-it” sembra quella di una puntata di “Superquark”) pertanto ogni occasione, ogni azione della partner sono appetibili fonti da cui attingere per dare origine a un nuovo colpo da mettere a segno. Ci riesce sempre, lui sa dove e come colpire, ricordiamoci che conosce tutto di noi, soprattutto i punti deboli, ci ha studiate sapientemente già durante la fase ammaliante del Love Bombing. Ecco perché la prevenzione è importante, ora sappiamo che lì sono racchiusi la maggior parte dei campanelli d’allarme.

 

 

Erano passati due giorni dalla notte de “Lo squalo” quando, rientrata a casa, sulla mia scrivania troneggiava spavaldo un pc fisso con un monitor gigante al posto del mio portatile d’argento.

Lui me lo mostrò con quel ghigno maligno che nemmeno se si fosse sforzato tanto avrebbe potuto assomigliare vagamente a un sorriso.

 

«Cos’è questo coso? Dov’è il mio computer?», ho chiesto sconcertata.

«E’ questo il tuo computer!». Ha risposto secco e seccato.

«Non è il mio, non ci sono le mie cose qui dentro e non lo so usare!». Ho osato ribattere più secca di lui e sull’ultima affermazione anche Carrie Bradshaw mi avrebbe compresa appieno.

«Le tue cose non ci sono più, non esistono più!». Eccolo lì di nuovo, Jack Nicholson sulla locandina di Shining. Uguale, anzi no, peggio.

 

Un computer nuovo, vuoto e non predisposto alla connessione Wi-Fi. Abbiamo letto bene, sì, NON predisposto alla connessione Wi-Fi. Dall’alto della mia ignoranza tecnologica non pensavo neppure che esistessero dispositivi con tale opzione, adesso è paradossalmente questa la vera fantascienza.

Ancora una volta impietrita stentavo a capacitarmi che “quella cosa” stesse accadendo realmente. Aveva resettato la mia vita e l’aveva riprogrammata a suo abuso e consumo. Gli restava ancora da resettare il pc, non ci avevo pensato, l’unica cosa rimasta solo mia.

Fatto.

 

A lui, naturalmente, ancora non bastava vedermi sgomenta, nel vortice del vuoto più tetro, aveva bisogno di alzare l’asticella del suo godimento ancora più in alto.

Ha attaccato, dunque, con una delle sue performance migliori, sono sicura fosse anche la sua preferita, si percepiva dalla fierezza che gli si spalmava spocchiosa sulla faccia: i monologhi atti ad infierire senza alcuno scrupolo.

 

«Vuole fare la giornalista, adesso la chiama a scrivere Vanity Fair!» e qui la sua risata si è fatta chiara, sarcastica, fragorosa, denigrante.

«Pensa alle cose serie invece delle solite stupidaggini». Indicandomi quel “coso” asettico più anaffettivo di lui.

«Sei solo un’infantile, tutto quello che vuoi fare tu sono solo stronzate. Non sei nessuno e non sarai mai nessuno, che ti sei messa in testa, non scriverai mai!» sentenziò con tutta la cattiveria che aveva in corpo.

 

Post-it: per i narcisisti patologici la sofferenza provocataci non sarà mai abbastanza. Le nostre reazioni, qualunque tipo di reazione, sono linfa vitale per il loro ego fallito e frustrato sotto mentite spoglie di onnipotente. Nel loro DNA non esiste una sola cellula che contenga empatia, anzi, arrecarci dolore è la loro priorità vitale, tant’è vero che più saremo disperate più sarà grande il loro piacere.

Ma tutto questo non dovrebbe farci solo desiderare di scappare il più lontano possibile da questi individui, invece di restare a farci massacrare?!

 

A questo punto del manuale lo sappiamo che, in teoria, la parola magica è “razionalità”, se riuscissimo a metterla anche in pratica ci renderemmo conto che, in realtà, l’arma più letale per colpire e affondare ce l’abbiamo noi e non loro: l’indifferenza.

 

Se esiste qualcosa che possa minare il controllo totale sulla nostra vita o che possa solo distogliere la nostra attenzione dalla loro persona, allora quella cosa va disintegrata quanto prima.

Hanno il bisogno smisurato di essere il fulcro della nostra esistenza, proprio come hanno fatto con noi nel “love bombing”.

 

Riflettiamoci insieme. È vero che ci sentivamo al centro del mondo quando loro si sono insinuati amorevol-Mente in tutte le aree della nostra quotidianità?

Immaginiamo quei giorni da sogno come fossero un tutorial personalizzato montato ad arte per noi. Durante il bombardamento d’amore, quando ipnotizzate dal suono dei violini come fossimo serpenti al cospetto degli incantatori, i manipolatori ci stanno indottrinando su come ricambiare una volta che loro avranno gettato la maschera.

 

E se il controllo è il primo intento che hanno, il secondo è quello di annientarci. Le tecniche con cui mettono in atto il maleficio premeditato stiamo scoprendo essere varie, tra queste c’è anche la svalutazione. Controllo e svalutazione, una combo micidiale.

 

Ivana Napolitano ci spiega le dinamiche del controllo e la svalutazione in una relazione tossica.

 

«In una relazione tossica il manipolatore risulta ipercontrollante nei riguardi della sua partner in quanto, per poter agire machiavellicamente e strategicamente deve evitare che qualcosa esuli dal suo dominio, impone infatti il suo pensiero in ogni aspetto della vita della sua donna.

 

Lo stile di tali relazioni patologiche è dispotico e repressivo: il manipolatore limita la sua donna, la schiaccia, la deprime rendendola dipendente e poco intraprendente, incapace di reagire alle ingiustizie ed ha il solo obiettivo di indurla ad accettare i suoi dettami, la sua volontà totalitaria.

 

Dopo il corteggiamento spietato del love bombing il manipolatore cambia gioco. La persona che inizialmente era sembrata come il “Salvatore”, l’amore tanto atteso di una vita, l’uomo speciale, dopo poco è la stessa che maltratta, mente, annienta la sua e solo sua isolata donna.

Il manipolatore di solito possiede un falso “sé”, per sopravvivere psicologicamente ha bisogno dell’altro e della sua costante approvazione, tutto ciò che crea è menzognero e sostenuto dalla sua incapacità di provare sentimenti autentici. La sua “preda” ha due funzioni precise: sostenere il suo precario “ego” con annessi imposti e incondizionati e rappresentare il contenitore delle sue frustrazioni dove egli proietterà, con cattiveria e rabbia, offese e denigrazioni, sentimenti intollerabili quando rivolti a sé stesso»

 

 

Difatti mi definivo il suo “sfogatoio”.

 

 

Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente.”

                                                                                                                (Dalai Lama)                              

 

Della citazione del Dalai Lama dovremmo farne un mantra fino a non permettere tassativamente di essere l’indifferenziata di questi soggetti patologici. Memorandum valido non solo per le relazioni sentimentali trattate qui nel manuale ma anche in quelle familiari, lavorative e di amicizia trattate nel blog www.amorevolmente.com.

 

In ogni caso, ho passato i giorni successivi all’arrivo del gigante asettico sulla scrivania a fare la caccia al tesoro. Perlustravo la casa da cima a fondo, mi alzavo di notte per cercarlo ma del mio computer nemmeno l’ombra.

 

“Aaah, lo sgabuzzino!”, perché mai non ho pensato allo sgabuzzino?!

 

Niente, nemmeno lì. Quanta rabbia, quanta frustrazione. Ho alzato gli occhi al cielo, più per sconfitta che per intuizione, ed eccola, la tracolla della “sobria” borsa fucsia, che custodiva il mio pc, venutami in soccorso penzolando in un piccolo lembo dallo scaffale più alto, raggiungibile solo con lo scaletto.

 

Sollievo, orrore e felicità, si abbracciavano e si scazzottavano, allo stesso tempo, nel mio cuore e nella mia testa mentre ripercorrevo a ritroso l’intera storia con il tipo come succede nei film.

No, no e no, l’attrice protagonista non potevo, non dovevo e non volevo più essere io.

Nelle sue mani ero diventata questo, insieme all’unica cosa che mi apparteneva, un oggetto da mettere via, sullo scaffale più alto, quello su cui ammuffirà per sempre la roba inutile.

Non so per quanto tempo sia rimasta con il naso in su a fissare quel cumulo di “nulla” che nascondeva, non del tutto, il mio tesoro.

Ero stata ancora una volta umiliata, derisa, svilita e da chi poi? Da uno che a conti fatti si sentiva più fallito di me e a cui ho permesso di camuffarsi da Dio.

Come avevo potuto permettere e accettare quelle pazzie da un essere così infimo?

In quel preciso istante sono stata schiaffeggiata e riportata alla realtà dai miei lucidi “che cazzo ci faccio ancora qui?!”.

 

In quel preciso istante ho ridimensionato il padrone abusivo della mia vita a ciò che era realmente: NIENTE.

 

È stato in quel preciso istante che ho deciso che presto sarei scappata via da quella casa.

E così è stato.

 

Vanity Fair non è mai stato nei miei piani come di sicuro non sarò mai nessuno se non, semplicemente, Vanna Morra ma oggi scrivo da giornalista e la scrittura è diventata una delle mie professioni.

Sesto Girone

“Controllo e Svalutazione”

Erano le due di notte, ero al buio seduta alla scrivania, solo la luce bianca di una lampada faceva da occhio di bue al computer. Scrivevo un articolo da aggiungere agli altri affinché, a fine percorso, potessi iscrivere il mio nome all’albo dei giornalisti.

 

La scrittura mi accompagna sin da piccola, è una necessità fisiologica prima ancora che una passione. Mia imprescindibile migliore amica, le ho affidato le mie più intime confidenze, è lei da sempre e per sempre il mio sostegno quando ho sentito e ancora sento l’esigenza di scavare nelle mie emozioni ed estrarne i sentimenti.

 

Il traguardo era il tesserino, era un mio pallino da tempo, non avrei pensato si potesse concretizzare e invece… Ormai da un po’ scrivevo e firmavo pezzi da quasi professionista e finalmente avrei potuto realizzare il mio desiderio ma in una relazione piena solo del mio principe aguzzino, io rubavo scampoli di tempo da dedicare al mio obiettivo. Quando mi riusciva.

 

Mentre ero assorta nelle parole che si materializzavano veloci sul foglio del word, d’un tratto sobbalzai dalla sedia, era quello là entrato in stanza a farmi sentire la sua roboante presenza nonostante mi girasse intorno in assoluto silenzio. Nella mia testa, però, si faceva sempre più nitida la musica de “Lo squalo”: “dam dam dam dam…”, riuscite a sentirla anche voi?

 

«E’ un’intervista a un cantante», ha bisbigliato la mia voce quando lui si è affacciato nel monitor del portatile con quegli occhi, ormai familiari, che avrebbero intimorito il demonio.

Nessuna sua parola, non un cenno, solo la sensazione di gelo che avvertivo ogni qualvolta preavvisavo l’imminente tempesta che mi avrebbe travolta.

 

Post-it: Il cervello di un manipolatore affettivo vive in stato di premeditazione perenne, (questa più che l’introduzione di un “post-it” sembra quella di una puntata di “Superquark”) pertanto ogni occasione, ogni azione della partner sono appetibili fonti da cui attingere per dare origine a un nuovo colpo da mettere a segno. Ci riesce sempre, lui sa dove e come colpire, ricordiamoci che conosce tutto di noi, soprattutto i punti deboli, ci ha studiate sapientemente già durante la fase ammaliante del Love Bombing. Ecco perché la prevenzione è importante, ora sappiamo che lì sono racchiusi la maggior parte dei campanelli d’allarme.

 

 

Erano passati due giorni dalla notte de “Lo squalo” quando, rientrata a casa, sulla mia scrivania troneggiava spavaldo un pc fisso con un monitor gigante al posto del mio portatile d’argento.

Lui me lo mostrò con quel ghigno maligno che nemmeno se si fosse sforzato tanto avrebbe potuto assomigliare vagamente a un sorriso.

 

«Cos’è questo coso? Dov’è il mio computer?», ho chiesto sconcertata.

«E’ questo il tuo computer!». Ha risposto secco e seccato.

«Non è il mio, non ci sono le mie cose qui dentro e non lo so usare!». Ho osato ribattere più secca di lui e sull’ultima affermazione anche Carrie Bradshaw mi avrebbe compresa appieno.

«Le tue cose non ci sono più, non esistono più!». Eccolo lì di nuovo, Jack Nicholson sulla locandina di Shining. Uguale, anzi no, peggio.

 

Un computer nuovo, vuoto e non predisposto alla connessione Wi-Fi. Abbiamo letto bene, sì, NON predisposto alla connessione Wi-Fi. Dall’alto della mia ignoranza tecnologica non pensavo neppure che esistessero dispositivi con tale opzione, adesso è paradossalmente questa la vera fantascienza.

Ancora una volta impietrita stentavo a capacitarmi che “quella cosa” stesse accadendo realmente. Aveva resettato la mia vita e l’aveva riprogrammata a suo abuso e consumo. Gli restava ancora da resettare il pc, non ci avevo pensato, l’unica cosa rimasta solo mia.

Fatto.

 

A lui, naturalmente, ancora non bastava vedermi sgomenta, nel vortice del vuoto più tetro, aveva bisogno di alzare l’asticella del suo godimento ancora più in alto.

Ha attaccato, dunque, con una delle sue performance migliori, sono sicura fosse anche la sua preferita, si percepiva dalla fierezza che gli si spalmava spocchiosa sulla faccia: i monologhi atti ad infierire senza alcuno scrupolo.

 

«Vuole fare la giornalista, adesso la chiama a scrivere Vanity Fair!» e qui la sua risata si è fatta chiara, sarcastica, fragorosa, denigrante.

«Pensa alle cose serie invece delle solite stupidaggini». Indicandomi quel “coso” asettico più anaffettivo di lui.

«Sei solo un’infantile, tutto quello che vuoi fare tu sono solo stronzate. Non sei nessuno e non sarai mai nessuno, che ti sei messa in testa, non scriverai mai!» sentenziò con tutta la cattiveria che aveva in corpo.

 

Post-it: per i narcisisti patologici la sofferenza provocataci non sarà mai abbastanza. Le nostre reazioni, qualunque tipo di reazione, sono linfa vitale per il loro ego fallito e frustrato sotto mentite spoglie di onnipotente. Nel loro DNA non esiste una sola cellula che contenga empatia, anzi, arrecarci dolore è la loro priorità vitale, tant’è vero che più saremo disperate più sarà grande il loro piacere.

Ma tutto questo non dovrebbe farci solo desiderare di scappare il più lontano possibile da questi individui, invece di restare a farci massacrare?!

 

A questo punto del manuale lo sappiamo che, in teoria, la parola magica è “razionalità”, se riuscissimo a metterla anche in pratica ci renderemmo conto che, in realtà, l’arma più letale per colpire e affondare ce l’abbiamo noi e non loro: l’indifferenza.

 

Se esiste qualcosa che possa minare il controllo totale sulla nostra vita o che possa solo distogliere la nostra attenzione dalla loro persona, allora quella cosa va disintegrata quanto prima.

Hanno il bisogno smisurato di essere il fulcro della nostra esistenza, proprio come hanno fatto con noi nel “love bombing”.

 

Riflettiamoci insieme. È vero che ci sentivamo al centro del mondo quando loro si sono insinuati amorevol-Mente in tutte le aree della nostra quotidianità?

Immaginiamo quei giorni da sogno come fossero un tutorial personalizzato montato ad arte per noi. Durante il bombardamento d’amore, quando ipnotizzate dal suono dei violini come fossimo serpenti al cospetto degli incantatori, i manipolatori ci stanno indottrinando su come ricambiare una volta che loro avranno gettato la maschera.

 

E se il controllo è il primo intento che hanno, il secondo è quello di annientarci. Le tecniche con cui mettono in atto il maleficio premeditato stiamo scoprendo essere varie, tra queste c’è anche la svalutazione. Controllo e svalutazione, una combo micidiale.

 

Ivana Napolitano ci spiega le dinamiche del controllo e la svalutazione in una relazione tossica.

 

«In una relazione tossica il manipolatore risulta ipercontrollante nei riguardi della sua partner in quanto, per poter agire machiavellicamente e strategicamente deve evitare che qualcosa esuli dal suo dominio, impone infatti il suo pensiero in ogni aspetto della vita della sua donna.

 

Lo stile di tali relazioni patologiche è dispotico e repressivo: il manipolatore limita la sua donna, la schiaccia, la deprime rendendola dipendente e poco intraprendente, incapace di reagire alle ingiustizie ed ha il solo obiettivo di indurla ad accettare i suoi dettami, la sua volontà totalitaria.

 

Dopo il corteggiamento spietato del love bombing il manipolatore cambia gioco. La persona che inizialmente era sembrata come il “Salvatore”, l’amore tanto atteso di una vita, l’uomo speciale, dopo poco è la stessa che maltratta, mente, annienta la sua e solo sua isolata donna.

Il manipolatore di solito possiede un falso “sé”, per sopravvivere psicologicamente ha bisogno dell’altro e della sua costante approvazione, tutto ciò che crea è menzognero e sostenuto dalla sua incapacità di provare sentimenti autentici. La sua “preda” ha due funzioni precise: sostenere il suo precario “ego” con annessi imposti e incondizionati e rappresentare il contenitore delle sue frustrazioni dove egli proietterà, con cattiveria e rabbia, offese e denigrazioni, sentimenti intollerabili quando rivolti a sé stesso»

 

 

Difatti mi definivo il suo “sfogatoio”.

 

 

Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente.”

                                                                                                                (Dalai Lama)                              

 

Della citazione del Dalai Lama dovremmo farne un mantra fino a non permettere tassativamente di essere l’indifferenziata di questi soggetti patologici. Memorandum valido non solo per le relazioni sentimentali trattate qui nel manuale ma anche in quelle familiari, lavorative e di amicizia trattate nel blog www.amorevolmente.com.

 

In ogni caso, ho passato i giorni successivi all’arrivo del gigante asettico sulla scrivania a fare la caccia al tesoro. Perlustravo la casa da cima a fondo, mi alzavo di notte per cercarlo ma del mio computer nemmeno l’ombra.

 

“Aaah, lo sgabuzzino!”, perché mai non ho pensato allo sgabuzzino?!

 

Niente, nemmeno lì. Quanta rabbia, quanta frustrazione. Ho alzato gli occhi al cielo, più per sconfitta che per intuizione, ed eccola, la tracolla della “sobria” borsa fucsia, che custodiva il mio pc, venutami in soccorso penzolando in un piccolo lembo dallo scaffale più alto, raggiungibile solo con lo scaletto.

 

Sollievo, orrore e felicità, si abbracciavano e si scazzottavano, allo stesso tempo, nel mio cuore e nella mia testa mentre ripercorrevo a ritroso l’intera storia con il tipo come succede nei film.

No, no e no, l’attrice protagonista non potevo, non dovevo e non volevo più essere io.

Nelle sue mani ero diventata questo, insieme all’unica cosa che mi apparteneva, un oggetto da mettere via, sullo scaffale più alto, quello su cui ammuffirà per sempre la roba inutile.

Non so per quanto tempo sia rimasta con il naso in su a fissare quel cumulo di “nulla” che nascondeva, non del tutto, il mio tesoro.

Ero stata ancora una volta umiliata, derisa, svilita e da chi poi? Da uno che a conti fatti si sentiva più fallito di me e a cui ho permesso di camuffarsi da Dio.

Come avevo potuto permettere e accettare quelle pazzie da un essere così infimo?

In quel preciso istante sono stata schiaffeggiata e riportata alla realtà dai miei lucidi “che cazzo ci faccio ancora qui?!”.

 

In quel preciso istante ho ridimensionato il padrone abusivo della mia vita a ciò che era realmente: NIENTE.

 

È stato in quel preciso istante che ho deciso che presto sarei scappata via da quella casa.

E così è stato.

 

Vanity Fair non è mai stato nei miei piani come di sicuro non sarò mai nessuno se non, semplicemente, Vanna Morra ma oggi scrivo da giornalista e la scrittura è diventata una delle mie professioni.

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“Il silenzio punitivo”

Quinto Girone

“Il silenzio punitivo”

Qualche giorno fa io e le mie amiche, sotto il calore dei funghi a gas nella sala di un bar, tra biscotti e cioccolate calde, ci confrontavamo su quello che diventa, ogni volta, l’immancabile tema di punta delle nostre chiacchierate: gli uomini e i loro strambi atteggiamenti. La scena e l’atmosfera fanno molto “Sex and the city” e, ammetto, che è così che mi sento (voi no?!) quando mi ritrovo con le mie ragazze a scambiarci aneddoti e storie, attuali e passate, che hanno per protagonisti volubili personaggi maschili. Ognuna di noi, seppure con percorsi differenti, ha un ricco curriculum sentimentale da spavento.

“Chi non ce l’ha?!” starete pensando, avete ragione, siamo qui proprio per questo motivo.

 

Ritornando alla “riunione” dell’altro giorno, i toni della conversazione erano ironici e leggeri, ormai poche cose ancora ci meravigliano anzi ci scherziamo anche su, ciononostante, si sono fatti più seri quando “R” ha catturato la nostra attenzione con:

«Sapete cosa mi faceva stare veramente male quando stavo insieme al mio ex? Il suo silenzio. Non era nemmeno un silenzio, era il mutismo più assoluto, riusciva a stare zitto anche per settimane, come se io non esistessi e credo che fosse una forma di manipolazione».

 

“Din, din, din…”, campanello d’allarme.

 

Tuttavia, “C” e “A” obiettavano sulla questione manipolativa:

«Beh, poteva semplicemente non avere voglia di discutere, non è che ora siano tutti narcisisti patologici», hanno ribattuto d’accordo.

«No, non potete comprendere quanto fosse terribile quel silenzio e come mi faceva sentire o forse io non so spiegarvelo», ha continuato “R”.

 

Io ero esattamente nel mezzo delle due teorie. È vero, il non voler discutere è legittimo e non deve essere bollato in automatico come una tecnica manipolativa, così come gli stronzi non sono per forza narcisisti ma semplicemente stronzi e basta. È anche vero, però, che mi sia immedesimata nei silenzi di cui parlava “R” e, narcisismo o meno, ho compreso benissimo la sofferenza che cercava di spiegare.

 

Lo ricordo bene il primo “trattamento del silenzio” ricevuto, stentavo a credere che lo stessi vivendo sul serio. Possibile che non avessi compreso bene quanto fosse importante per lui la cottura di quei cazzo di gamberetti?

 

Li cucinò per me in una notte d’estate perché sapeva fossero il mio piatto preferito, mentre io apparecchiavo un’impeccabile tavola sul terrazzo degna di “Cortesie per gli ospiti”, Csaba sarebbe stata molto fiera di me. Le candele, intanto, bruciavano lasciando nell’aria quella scia di vaniglia che adoro tanto.

Wow, da sogno, vero?! Li sentite i violini?

 

Eh no, chiedo scusa ma vi devo riportare immediatamente alla realtà! Primo perché l’odore della citronella si mise a battagliare con quello della vaniglia avendo la meglio e poi perché le prospettive di una cena romantica si disintegrarono al quarto gamberetto. Ne mangiai uno e mi complimentai per quanto fosse buono, con il secondo ribadii il mio piacere. Al terzo, pensai di poter cambiare argomento ma mi fece notare quanto fosse stato bravo nell’impiattamento e quindi concordai con lui anche sulle ineccepibili qualità estetiche. Al quarto gamberetto: “Apocalypse Now!”.

 

«Ma non mi dici niente, non ti piacciono?», mi disse con tono sprezzante. Citronella e vaniglia messe K.O. dai fulmini e saette lanciati dai suoi occhi malvagi, si stava trasformando in non so chi o cosa.

«Come, non ti dico niente?», ero basita.

«Te lo sto dicendo ad ogni boccone!», ho continuato accennando comunque un sorriso, “starà scherzando” pensavo, anche se per la prima volta il suo sguardo mi faceva paura.

«Ma non hai detto niente sulla cottura». La sua voce mi pietrificò.

«La cottura è l’aspetto più importante della cucina e tu non dici nulla, non ti sei accorta che sono cotti alla perfezione?» Continuava a ruota libera lui, io lo fissavo nello sconcerto più totale.

 

Post-it: Ricordiamoci che i narcisisti sono assolutamente perfetti in ogni cosa e se lo ripetono da soli come un mantra. Naturalmente non è così. Buona parte di loro è seriamente convinta di esserlo, l’altra parte, invece, sa bene di non esserlo affatto. In ogni caso, entrambe le categorie hanno bisogno di autoconvincersi e soprattutto di convincere noi che sia così. Il loro cervello, di conseguenza, non contempla minimamente il fatto di non essere adorati per tutto ciò che sono e che fanno.

 

Non sapevo dove stesse andando a parare né tantomeno comprendevo per quale ragione fosse così fuori di sé, visti i complimenti che gli avevo fatto. Glieli avevo fatti, giusto? Ero di nuovo disorientata.

Loro hanno la capacità di ribaltarti il cervello in un nanosecondo.

 

«Sei un’ingrata! Ho cucinato per te, il tuo piatto preferito, e neanche un briciolo di apprezzamento merito?»

 

Stava avvenendo per davvero quell’allucinante “conversazione”? Ad ogni modo, dalle parole ai fatti, fuori di sé lanciò con veemenza le posate nel piatto lasciandomi subito dopo da sola, a tavola, in uno stato confusionale in balia del terrazzo che prese a girarmi intorno.

Vivevamo nella stessa casa, mi ha rivolto il primo sguardo e la prima parola dopo sei giorni.

Li contavo.

 

In quel lasso di tempo fatto di silenzio cosmico, che ho percepito come interminabile, non intuivo nemmeno lontanamente che pena stessi scontando. All’inizio mi sono anche sfiancata a chiedere, a cercare di estorcergli una spiegazione, niente, lui imperturbabile nel suo mutismo, io umiliata non esistevo. Così mi sono rassegnata e ho atteso l’assoluzione dei peccati, divorata da un senso di frustrazione e vuoto mai provato prima.

 

Ovviamente quando ha ricominciato a parlarmi è stato solo per riprendere la comunicazione dal punto in cui l’aveva interrotta, accusandomi ancora della mia ingratitudine, vomitandomi addosso tutto quello che lui faceva per me senza essere ammirato adeguatamente ferendo, così, con non curanza la sua infinita sensibilità.

 

Mi è appena scappato un sorriso ora, ironico, certo. Credetemi, pur sforzandomi, non ricordo una sola cosa bella fatta per me se non per il meschino gusto di rovinarmela prima, durante o un attimo dopo. Atteggiamento che trova spiegazione perversa in un’altra tecnica manipolativa e che pure scopriremo più avanti.

 

Post-it: I litigi e, di conseguenza, i silenzi punitivi sono sempre meticolosamente premeditati e strutturati ad hoc, come nei più efficaci piani editoriali. Il loro successo sta nel fatto che sono strategicamente innescati o nel corso del “love bombing” o subito dopo, periodo in cui noi siamo cotte a puntino, io lo ero sicuramente più dei gamberetti… oh, che non ho più mangiato!

 

Ed eccola qui la campana d’allarme con tutto il campanaro.

Ragioniamo. Cambiano gli episodi ma le motivazioni che scatenano “il gioco del silenzio” si basano sempre e solo sul nulla.

 

Razionalizziamo, razionalizziamo sempre. È l’unica chiave che apre la porta per venire fuori dal castello degli incubi e anche l’unico mezzo che possa permetterci di ridimensionare “la grandiosità” del personaggio che ci ha raggirato. Grandiosità che, ora sappiamo, si è appioppato da solo.

Riflettiamo. Se non fossimo totalmente ipnotizzate dal principe abusante, dopo un episodio così futile, il personaggio uscirebbe da quella porta a suon di calci nel sedere, di certo non stazionerebbe in casa con noi, tronfio e gongolante, a godersi il successo del colpo affondato.

 

Quando ci troviamo di fronte a dinamiche così destabilizzanti dovremmo fermarci e cercare a tutti i costi di fare appello alla nostra, anche poca, lucidità affinché ci riporti a ragionare prima di avanzare nel “labirinto dei perché”. I “perché” non esistono, sono solo frutto del piano diabolico del narcisista patologico.

 

Nei fatti sarebbe molto più semplice di quanto sembri, prendiamo ad esempio la celebre citazione del film “La verità è che non gli piaci abbastanza”.

In una scena al bancone del bar, Alex si rivolge a Gìgì dicendole: “Fidati, se un uomo ti tratta come se non gliene fregasse un cazzo di te, non gliene frega un cazzo di te davvero!”.

 

Dunque, per logica, aggiungiamoci anche questa: “Se in un litigio con reazioni spropositate ci sembra che non ci sia un valido motivo, quel motivo valido non c’è davvero.”

 

Ivana Napolitano ci spiega che il silenzio punitivo rappresenta una potente forma di manipolazione all’interno delle relazioni tossiche. Identificato in psicologia come atteggiamento passivo aggressivo, il silenzio come “punizione” viene utilizzato per far fronte alla rabbia. I manipolatori tollerano poco e male le frustrazioni, basta una parola “fuori posto”, un commento non gradito, un gesto o addirittura uno sguardo non approvato per minare il loro grandioso ego e per dare sfogo alla rabbia e alla ferita narcisista che tale “sfregio” ha inflitto. Spesso interrompono ogni forma di comunicazione con il/la partner, colpevole di non aver valorizzato in maniera adeguata il loro valore, appunto, scelgono il silenzio senza che l’altro abbia la possibilità di comprendere cosa sia successo. In realtà, ripudiano il confronto, non essendo capaci di sostenerlo. Il silenzio è un’arma micidiale che lascia chi lo subisce in una condizione di ansia e confusione, è un atto violento che reiterato nel tempo può causare danni psicofisici molto gravi.

 

Ma perché lo fanno? Cosa ci vogliono dire con il trattamento del silenzio?

Lo scopo è sempre lo stesso, avere il controllo di su di noi e ci stanno dicendo, in pratica, che noi esistiamo solo se e quando loro lo decidono.

 

Post-it: Qui rafforziamo ulteriormente il concetto che una relazione tossica non sia fatta propriamente da una vittima e un carnefice, come abbiamo visto nel girone precedente, anche quel “tossica” ci dice chiaramente qualcosa.

I protagonisti di tale relazione sono pari a una drogata e al suo pusher di fiducia, dipendenti entrambi l’uno dall’altra, bisognosi entrambi l’uno dell’altra.

 

Per il narcisista “il silenzio punitivo” è il primo vero test per mettere alla prova la “prescelta” e analizzarne il grado dipendenza attraverso l’entità del malessere che le provoca tale trattamento.

Dopodiché avrà il pieno controllo non solo sulla partner ma anche sulle “dosi silenti” da somministrare. Lui sa di essere la droga di lei e il silenzio messo in atto è la sua l’astinenza.

Quinto Girone

“Il silenzio punitivo”

Qualche giorno fa io e le mie amiche, sotto il calore dei funghi a gas nella sala di un bar, tra biscotti e cioccolate calde, ci confrontavamo su quello che diventa, ogni volta, l’immancabile tema di punta delle nostre chiacchierate: gli uomini e i loro strambi atteggiamenti. La scena e l’atmosfera fanno molto “Sex and the city” e, ammetto, che è così che mi sento (voi no?!) quando mi ritrovo con le mie ragazze a scambiarci aneddoti e storie, attuali e passate, che hanno per protagonisti volubili personaggi maschili. Ognuna di noi, seppure con percorsi differenti, ha un ricco curriculum sentimentale da spavento.

“Chi non ce l’ha?!” starete pensando, avete ragione, siamo qui proprio per questo motivo.

 

Ritornando alla “riunione” dell’altro giorno, i toni della conversazione erano ironici e leggeri, ormai poche cose ancora ci meravigliano anzi ci scherziamo anche su, ciononostante, si sono fatti più seri quando “R” ha catturato la nostra attenzione con:

«Sapete cosa mi faceva stare veramente male quando stavo insieme al mio ex? Il suo silenzio. Non era nemmeno un silenzio, era il mutismo più assoluto, riusciva a stare zitto anche per settimane, come se io non esistessi e credo che fosse una forma di manipolazione».

 

“Din, din, din…”, campanello d’allarme.

 

Tuttavia, “C” e “A” obiettavano sulla questione manipolativa:

«Beh, poteva semplicemente non avere voglia di discutere, non è che ora siano tutti narcisisti patologici», hanno ribattuto d’accordo.

«No, non potete comprendere quanto fosse terribile quel silenzio e come mi faceva sentire o forse io non so spiegarvelo», ha continuato “R”.

 

Io ero esattamente nel mezzo delle due teorie. È vero, il non voler discutere è legittimo e non deve essere bollato in automatico come una tecnica manipolativa, così come gli stronzi non sono per forza narcisisti ma semplicemente stronzi e basta. È anche vero, però, che mi sia immedesimata nei silenzi di cui parlava “R” e, narcisismo o meno, ho compreso benissimo la sofferenza che cercava di spiegare.

 

Lo ricordo bene il primo “trattamento del silenzio” ricevuto, stentavo a credere che lo stessi vivendo sul serio. Possibile che non avessi compreso bene quanto fosse importante per lui la cottura di quei cazzo di gamberetti?

 

Li cucinò per me in una notte d’estate perché sapeva fossero il mio piatto preferito, mentre io apparecchiavo un’impeccabile tavola sul terrazzo degna di “Cortesie per gli ospiti”, Csaba sarebbe stata molto fiera di me. Le candele, intanto, bruciavano lasciando nell’aria quella scia di vaniglia che adoro tanto.

Wow, da sogno, vero?! Li sentite i violini?

 

Eh no, chiedo scusa ma vi devo riportare immediatamente alla realtà! Primo perché l’odore della citronella si mise a battagliare con quello della vaniglia avendo la meglio e poi perché le prospettive di una cena romantica si disintegrarono al quarto gamberetto. Ne mangiai uno e mi complimentai per quanto fosse buono, con il secondo ribadii il mio piacere. Al terzo, pensai di poter cambiare argomento ma mi fece notare quanto fosse stato bravo nell’impiattamento e quindi concordai con lui anche sulle ineccepibili qualità estetiche. Al quarto gamberetto: “Apocalypse Now!”.

 

«Ma non mi dici niente, non ti piacciono?», mi disse con tono sprezzante. Citronella e vaniglia messe K.O. dai fulmini e saette lanciati dai suoi occhi malvagi, si stava trasformando in non so chi o cosa.

«Come, non ti dico niente?», ero basita.

«Te lo sto dicendo ad ogni boccone!», ho continuato accennando comunque un sorriso, “starà scherzando” pensavo, anche se per la prima volta il suo sguardo mi faceva paura.

«Ma non hai detto niente sulla cottura». La sua voce mi pietrificò.

«La cottura è l’aspetto più importante della cucina e tu non dici nulla, non ti sei accorta che sono cotti alla perfezione?» Continuava a ruota libera lui, io lo fissavo nello sconcerto più totale.

 

Post-it: Ricordiamoci che i narcisisti sono assolutamente perfetti in ogni cosa e se lo ripetono da soli come un mantra. Naturalmente non è così. Buona parte di loro è seriamente convinta di esserlo, l’altra parte, invece, sa bene di non esserlo affatto. In ogni caso, entrambe le categorie hanno bisogno di autoconvincersi e soprattutto di convincere noi che sia così. Il loro cervello, di conseguenza, non contempla minimamente il fatto di non essere adorati per tutto ciò che sono e che fanno.

 

Non sapevo dove stesse andando a parare né tantomeno comprendevo per quale ragione fosse così fuori di sé, visti i complimenti che gli avevo fatto. Glieli avevo fatti, giusto? Ero di nuovo disorientata.

Loro hanno la capacità di ribaltarti il cervello in un nanosecondo.

 

«Sei un’ingrata! Ho cucinato per te, il tuo piatto preferito, e neanche un briciolo di apprezzamento merito?»

 

Stava avvenendo per davvero quell’allucinante “conversazione”? Ad ogni modo, dalle parole ai fatti, fuori di sé lanciò con veemenza le posate nel piatto lasciandomi subito dopo da sola, a tavola, in uno stato confusionale in balia del terrazzo che prese a girarmi intorno.

Vivevamo nella stessa casa, mi ha rivolto il primo sguardo e la prima parola dopo sei giorni.

Li contavo.

 

In quel lasso di tempo fatto di silenzio cosmico, che ho percepito come interminabile, non intuivo nemmeno lontanamente che pena stessi scontando. All’inizio mi sono anche sfiancata a chiedere, a cercare di estorcergli una spiegazione, niente, lui imperturbabile nel suo mutismo, io umiliata non esistevo. Così mi sono rassegnata e ho atteso l’assoluzione dei peccati, divorata da un senso di frustrazione e vuoto mai provato prima.

 

Ovviamente quando ha ricominciato a parlarmi è stato solo per riprendere la comunicazione dal punto in cui l’aveva interrotta, accusandomi ancora della mia ingratitudine, vomitandomi addosso tutto quello che lui faceva per me senza essere ammirato adeguatamente ferendo, così, con non curanza la sua infinita sensibilità.

 

Mi è appena scappato un sorriso ora, ironico, certo. Credetemi, pur sforzandomi, non ricordo una sola cosa bella fatta per me se non per il meschino gusto di rovinarmela prima, durante o un attimo dopo. Atteggiamento che trova spiegazione perversa in un’altra tecnica manipolativa e che pure scopriremo più avanti.

 

Post-it: I litigi e, di conseguenza, i silenzi punitivi sono sempre meticolosamente premeditati e strutturati ad hoc, come nei più efficaci piani editoriali. Il loro successo sta nel fatto che sono strategicamente innescati o nel corso del “love bombing” o subito dopo, periodo in cui noi siamo cotte a puntino, io lo ero sicuramente più dei gamberetti… oh, che non ho più mangiato!

 

Ed eccola qui la campana d’allarme con tutto il campanaro.

Ragioniamo. Cambiano gli episodi ma le motivazioni che scatenano “il gioco del silenzio” si basano sempre e solo sul nulla.

 

Razionalizziamo, razionalizziamo sempre. È l’unica chiave che apre la porta per venire fuori dal castello degli incubi e anche l’unico mezzo che possa permetterci di ridimensionare “la grandiosità” del personaggio che ci ha raggirato. Grandiosità che, ora sappiamo, si è appioppato da solo.

Riflettiamo. Se non fossimo totalmente ipnotizzate dal principe abusante, dopo un episodio così futile, il personaggio uscirebbe da quella porta a suon di calci nel sedere, di certo non stazionerebbe in casa con noi, tronfio e gongolante, a godersi il successo del colpo affondato.

 

Quando ci troviamo di fronte a dinamiche così destabilizzanti dovremmo fermarci e cercare a tutti i costi di fare appello alla nostra, anche poca, lucidità affinché ci riporti a ragionare prima di avanzare nel “labirinto dei perché”. I “perché” non esistono, sono solo frutto del piano diabolico del narcisista patologico.

 

Nei fatti sarebbe molto più semplice di quanto sembri, prendiamo ad esempio la celebre citazione del film “La verità è che non gli piaci abbastanza”.

In una scena al bancone del bar, Alex si rivolge a Gìgì dicendole: “Fidati, se un uomo ti tratta come se non gliene fregasse un cazzo di te, non gliene frega un cazzo di te davvero!”.

 

Dunque, per logica, aggiungiamoci anche questa: “Se in un litigio con reazioni spropositate ci sembra che non ci sia un valido motivo, quel motivo valido non c’è davvero.”

 

Ivana Napolitano ci spiega che il silenzio punitivo rappresenta una potente forma di manipolazione all’interno delle relazioni tossiche. Identificato in psicologia come atteggiamento passivo aggressivo, il silenzio come “punizione” viene utilizzato per far fronte alla rabbia. I manipolatori tollerano poco e male le frustrazioni, basta una parola “fuori posto”, un commento non gradito, un gesto o addirittura uno sguardo non approvato per minare il loro grandioso ego e per dare sfogo alla rabbia e alla ferita narcisista che tale “sfregio” ha inflitto. Spesso interrompono ogni forma di comunicazione con il/la partner, colpevole di non aver valorizzato in maniera adeguata il loro valore, appunto, scelgono il silenzio senza che l’altro abbia la possibilità di comprendere cosa sia successo. In realtà, ripudiano il confronto, non essendo capaci di sostenerlo. Il silenzio è un’arma micidiale che lascia chi lo subisce in una condizione di ansia e confusione, è un atto violento che reiterato nel tempo può causare danni psicofisici molto gravi.

 

Ma perché lo fanno? Cosa ci vogliono dire con il trattamento del silenzio?

Lo scopo è sempre lo stesso, avere il controllo di su di noi e ci stanno dicendo, in pratica, che noi esistiamo solo se e quando loro lo decidono.

 

Post-it: Qui rafforziamo ulteriormente il concetto che una relazione tossica non sia fatta propriamente da una vittima e un carnefice, come abbiamo visto nel girone precedente, anche quel “tossica” ci dice chiaramente qualcosa.

I protagonisti di tale relazione sono pari a una drogata e al suo pusher di fiducia, dipendenti entrambi l’uno dall’altra, bisognosi entrambi l’uno dell’altra.

 

Per il narcisista “il silenzio punitivo” è il primo vero test per mettere alla prova la “prescelta” e analizzarne il grado dipendenza attraverso l’entità del malessere che le provoca tale trattamento.

Dopodiché avrà il pieno controllo non solo sulla partner ma anche sulle “dosi silenti” da somministrare. Lui sa di essere la droga di lei e il silenzio messo in atto è la sua l’astinenza.

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“Gaslighting e Isolamento”

Quarto Girone

“Gaslighting e Isolamento”

  • Te lo sei immaginato!
  • Non è mai successo!
  • Ma come fai a non ricordatelo… me lo hai detto proprio tu!
  • Io non ho mai detto questa cosa!
  • Stavo scherzando, sei tu che sei troppo pesante!
  • Hai sbagliato tu, come sempre!
  • Ti stai inventando tutto!
  • Se ti lascio, non troverai nessun altro come me!

 

E noi, d’ora in poi, decisamente ci speriamo!

Queste sono solo alcune frasi estrapolate dal copione della comunicazione standardizzata di un “gaslighter” all’indirizzo della prescelta.

Uso l’espressione “prescelta” perché il narcisista patologico, abbiamo visto, sceglie tecnicamente la partner più adatta in base alle sue necessità e al raggiungimento dei suoi scopi.

Io, per esempio, sarò stata scelta per fargli da sfogatoio per le sue frustrazioni e fallimenti, per la mia empatia da sfruttare nel suo lavoro e sostanzialmente per fargli da badante. Oh, è riuscito in tutti i suoi intenti!

L’obiettivo di tale frasario è quello di prendere il pieno controllo della nostra vita, nel caso del “gaslighting”, facendoci dubitare di noi stesse e rendendoci, di conseguenza, sempre più dipendenti. Questa è probabilmente la tecnica manipolativa più pericolosa con cui opera il maligno abusante perché alla lunga rischia di compromettere seriamente la nostra sanità mentale.

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Alle frasi strategiche, con cui “il vampiro energetico” gioca a “ti confondo il cervello”, progressivamente si aggiungeranno i giudizi negativi sul nostro aspetto fisico, le critiche continue sul modo di comportarci che ci indurranno a credere di essere perennemente in errore. Saremo redarguite per tutto ciò che ci riguarda, la nostra professione sarà sminuita e ridicolizzata, fossimo pure il Presidente della Repubblica. Le persone che frequentiamo sono tutte stupide e noiosamente inutili e, soprattutto, mai alla sua altezza. Senza rendercene conto, amico dopo amico familiare dopo familiare, ci ritroveremo isolate e dipendenti da lui, portandolo così a raggiungere il suo massimo obiettivo.

Sembrerebbe già tanto, vero?! Invece no, per lui dall’alto dell’ego, sarà sempre troppo poco e il suo scopo raggiunto va comunque alimentato costantemente, per cui, alle regole del gioco malvagio si alterneranno i “silenzi punitivi” per espiare i nostri “peccati”. Ogni “pausa” può essere a tempo indeterminato, durante le quali saremo ignorate a tal punto che ci sembrerà di non esistere, anzi, ogni tentativo di contatto con il manipolatore servirà solo a prolungare il silenzio. Un giorno sì e l’altro pure minaccerà di lasciarci (magari!) ma stiamo tranquille, non lo farà mai, ha bisogno di noi esattamente quanto noi di lui, tuttavia, la nostra paura di essere abbandonate renderà lui il più forte della nostra relazione tossica.

Post-it: il fatto che il narcisista patologico abbia bisogno di noi quanto noi di lui è un promemoria fondamentale in quanto viene a cadere il concetto che queste relazioni siano composte esclusivamente da una vittima e un carnefice. La sostanza è sicuramente questa poiché c’è la parte abusante e quella abusata, la realtà, però, rende chiaro l’evidente legame di codipendenza. Questa visione, che prende il nome di “codipendenza affettiva”, potrebbe essere molto molto utile, per me lo è stata, al fine di razionalizzare sulle dinamiche perfide e illogiche del rapporto nel quale vortichiamo. Razionalizzare, lo ripeterò in questo manuale fino alla noia, è la base della nostra salvezza.

Il gaslighting comincia gradualmente. Il manipolatore attua questa tecnica in maniera abilmente sottile già nella fase “super wow” del love bombing di modo che, essendo noi accecate dall’azzurro sbrilluccicoso del nostro “principe”, uno: di sicuro le sfumature marroni delle sue calzamaglie non le notiamo minimamente; due: dovessimo intercettare i famosi campanellini d’allarme, invece di soffermarci ad indagare continueremo ad ignorarli.

girone-4-fotoarticolo

È così che mi sono salvata. Nel pieno della mia favola da incubo sono inciampata per caso in un link, su Facebook, di un articolo che descriveva minuziosamente le caratteristiche dei narcisisti patologici, quelle di una relazione tossica e le conseguenze devastanti psicofisiche di chi, nella storia, è la parte che subisce. A fine lettura non so dirvi se fossi più inorridita o sollevata, lì dentro c’era racchiusa tutta la “roba” che stavo vivendo io ma al tempo stesso ci ho visto lo spiraglio di luce da seguire.  

Vi riporto di seguito una piccolissima serie di dinamiche che hanno delineato la mia relazione con il “principe abusante” e mi divido la citazione con Alessandro Siani.

 

  • Cominciai a dubitare di me.

Mi raccontava e faceva cose che in seguito negava di aver detto o fatto, questo era un suo modo di fare costante, anche nelle piccole cose, nelle sciocchezze, tutto. Lui smentiva, smentiva, smentiva godendo visibilmente del mio smarrimento, gli si illuminava quel volto pregno di perfidia a vedermi frastornata davanti ai suoi convinti “Ma quando mai!”, “Ma che dici, non è vero”, “Sei una pazza ma che t’inventi?!”

  • Tutto quello che veniva fuori dalla mia bocca era un cumulo di sciocchezze e banalità.

Era così persuasivo che, a rifletterci dopo, risultavano anche a me stronzate. Questo comportamento lo adottava quando eravamo soli, in presenza di altre persone non solo non lo faceva, addirittura mi esaltava apparentemente inorgoglito. Da sottolineare “apparentemente”. Inizialmente ci cascavo sul fatto che in fondo mi ammirasse ma poi quando eravamo insieme si contraddiceva gettandomi in overdose di confusione. Diventavo matta, rimuginavo ininterrottamente su come mai agli altri mi descrivesse come la donna più eccezionale al mondo e quando eravamo io e lui, non ero che un’emerita cretina. Poi ci sono arrivata. Ecco subito la spiegazione, è molto semplice e vale per la maggior parte dei narcisisti manipolatori: nella loro mente sono convinti di essere persone straordinariamente superiori, così come superiore e indiscutibile è tutto ciò li riguarda, comprese le loro scelte, compresa la partner. Devono dimostrare all’esterno che la loro compagna sia perfettamente adeguata alla loro grandiosità.

  • Il senso della realtà era completamente alterato.

Il livello, per intenderci bene, potrebbe essere quello che davanti a un bicchiere di vino rosso lui sosteneva fermamente che fosse bianco. Alla fine, ero lì a chiedermi se la realtà distorta non fosse la mia e se quel vino non fosse effettivamente bianco. Facciamo attenzione, facciamo appello alla poca lucidità che ancora ci resta perché è in questo caso estremo che il rischio di impazzire è realmente possibile.

  • All’improvviso non ho visto più i miei amici e man mano i parenti.

Non ricordo esattamente da quando ha cominciato a farmi il vuoto intorno ma di fatto sono arrivata a non vederli più. I pochi che lui inizialmente ha conosciuto, facendomi pesare lo sforzo e il favore enorme che mi stesse facendo, non erano abbastanza adeguati alla sua intelligenza e alla sua maturità. Di certo non potevo dire la verità alle persone che da sempre hanno abitato la mia quotidianità, così arrancavo scuse su scuse e raccontavo bugie per sottrarmi alla loro compagnia. Sempre per le doti persuasive del personaggio, piano piano il dubbio m’è venuto: «Ma non è che per la sua età, noi siamo veramente troppo infantili?». Così, vuoi per quieto vivere, vuoi che il mio cervello cominciasse pure a dargli ragione mi sono allontanata, senza rendermene conto, da tutto e tutti, anche dal mio lavoro, dai progetti, dai sogni.

  • Lui mi spaventava e mi destabilizzava.

Avevo l’impressione di essere la sua peggiore nemica per la cattiveria e l’odio che mi destinava. Quando gli chiedevo come fosse possibile che mi detestasse così tanto visto che mi diceva anche che ero l’amore della sua vita, mi dava della pazza visionaria. Altra caratteristica che accomuna la comunicazione, verbale e nei fatti, dei narcisisti patologici è quella di essere ambivalente. La confusione in cui si arriva a navigare è insostenibile, lo stato di dipendenza nei confronti di tali soggetti diventa totale e perpetuo mentre il loro nutrimento è appagato sempre e solo momentaneamente.

Momentaneamente perché, cominciamo ad impararlo, i narcisisti non sono mai appagati; dunque, dovranno darsi da fare velocemente per la mossa successiva. Una fatica enorme, tutto sommato, è un rapporto altamente stressante per entrambe le parti.

Ivana Napolitano interviene sulle tematiche di questo girone.

La preziosa testimonianza ci racconta di come funziona o meglio di come non funziona una tossica relazione abusante.

Il manipolatore, adescata la preda grazie all’arguto impegno del “love bombing”, prosegue dritto verso il suo obiettivo: svalutare poco per volta la vittima, all’inizio usando una leggera ironia, ad esempio sul suo modo di vestire, di parlare, sulla sua forma fisica. Dopo di che attacca con critiche meno velate sulle preferenze, sulle abitudini, sul carattere e su familiari ed amici della vittima, isolandola dai suoi contesti relazionali per esercitare in maniera “esclusiva” il controllo su di lei.

Successivamente inizia ad insinuare dubbi sulla lealtà, sulla moralità, sull’intelligenza e sull’onestà della “sua” donna.

Il gaslighting è fatto di bugie e negazioni, nette incongruenze tra azioni e parole che lentamente in maniera subdola consumano la vittima che si convince di essere “pazza” e di avere una visione distorta della realtà.

Il manipolatore attraverso azioni calcolate e consapevoli vuole distruggere l’autostima della vittima confondendo la sua percezione di sé, non prova empatia nei suoi confronti.

Chi subisce il gaslighting e tutte le devastanti forme di manipolazione abusanti ha bisogno di un aiuto concreto per uscirne, un percorso nel quale lavorare sulla consapevolezza e sul riconoscimento dei segnali della spietata violenza di cui è vittima, deve essere sostenuta per credere che da tutto questo orrore si può venire fuori.

 

Chi è impelagata in una relazione del genere, piano piano smette anche di confidarsi su ciò che accade. La realtà è così nebulosa che non sappiamo più raccontarla, i fatti così surreali che ce ne vergogniamo. Questo spiana completamente la via dell’isolamento, quella via che per volere del “mostro” avevamo già cominciato a percorrere.

Proviamo a prendere consapevolezza, dunque, del fatto che non importa quanto possa sembrarci illogico ciò che accade nella nostra storia, parliamone, proviamoci anche se ci risulta visionario da spiegare.

Immaginiamoci come fossimo in balia delle sabbie mobili, siamo destinate ad essere ingoiate dal fango ma se allunghiamo un braccio qualcuno potrebbe riuscire a salvarci.

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Vale anche nel caso contrario, facciamo attenzione se notiamo un’amica o una parente che si allontana, secondo noi, senza motivo o per motivi che ci convincono poco e cominciamo ad indagare. Cerchiamo di carpire informazioni utili al fine di essere concretamente d’aiuto, affinché possiamo essere tutti coinvolti nella prevenzione.

Quarto Girone

“Gaslighting e Isolamento”

  • Te lo sei immaginato!
  • Non è mai successo!
  • Ma come fai a non ricordatelo… me lo hai detto proprio tu!
  • Io non ho mai detto questa cosa!
  • Stavo scherzando, sei tu che sei troppo pesante!
  • Hai sbagliato tu, come sempre!
  • Ti stai inventando tutto!
  • Se ti lascio, non troverai nessun altro come me!

 

E noi, d’ora in poi, decisamente ci speriamo!

Queste sono solo alcune frasi estrapolate dal copione della comunicazione standardizzata di un “gaslighter” all’indirizzo della prescelta.

Uso l’espressione “prescelta” perché il narcisista patologico, abbiamo visto, sceglie tecnicamente la partner più adatta in base alle sue necessità e al raggiungimento dei suoi scopi.

Io, per esempio, sarò stata scelta per fargli da sfogatoio per le sue frustrazioni e fallimenti, per la mia empatia da sfruttare nel suo lavoro e sostanzialmente per fargli da badante. Oh, è riuscito in tutti i suoi intenti!

L’obiettivo di tale frasario è quello di prendere il pieno controllo della nostra vita, nel caso del “gaslighting”, facendoci dubitare di noi stesse e rendendoci, di conseguenza, sempre più dipendenti. Questa è probabilmente la tecnica manipolativa più pericolosa con cui opera il maligno abusante perché alla lunga rischia di compromettere seriamente la nostra sanità mentale.

girone4art3web

Alle frasi strategiche, con cui “il vampiro energetico” gioca a “ti confondo il cervello”, progressivamente si aggiungeranno i giudizi negativi sul nostro aspetto fisico, le critiche continue sul modo di comportarci che ci indurranno a credere di essere perennemente in errore. Saremo redarguite per tutto ciò che ci riguarda, la nostra professione sarà sminuita e ridicolizzata, fossimo pure il Presidente della Repubblica. Le persone che frequentiamo sono tutte stupide e noiosamente inutili e, soprattutto, mai alla sua altezza. Senza rendercene conto, amico dopo amico familiare dopo familiare, ci ritroveremo isolate e dipendenti da lui, portandolo così a raggiungere il suo massimo obiettivo.

Sembrerebbe già tanto, vero?! Invece no, per lui dall’alto dell’ego, sarà sempre troppo poco e il suo scopo raggiunto va comunque alimentato costantemente, per cui, alle regole del gioco malvagio si alterneranno i “silenzi punitivi” per espiare i nostri “peccati”. Ogni “pausa” può essere a tempo indeterminato, durante le quali saremo ignorate a tal punto che ci sembrerà di non esistere, anzi, ogni tentativo di contatto con il manipolatore servirà solo a prolungare il silenzio. Un giorno sì e l’altro pure minaccerà di lasciarci (magari!) ma stiamo tranquille, non lo farà mai, ha bisogno di noi esattamente quanto noi di lui, tuttavia, la nostra paura di essere abbandonate renderà lui il più forte della nostra relazione tossica.

Post-it: il fatto che il narcisista patologico abbia bisogno di noi quanto noi di lui è un promemoria fondamentale in quanto viene a cadere il concetto che queste relazioni siano composte esclusivamente da una vittima e un carnefice. La sostanza è sicuramente questa poiché c’è la parte abusante e quella abusata, la realtà, però, rende chiaro l’evidente legame di codipendenza. Questa visione, che prende il nome di “codipendenza affettiva”, potrebbe essere molto molto utile, per me lo è stata, al fine di razionalizzare sulle dinamiche perfide e illogiche del rapporto nel quale vortichiamo. Razionalizzare, lo ripeterò in questo manuale fino alla noia, è la base della nostra salvezza.

Il gaslighting comincia gradualmente. Il manipolatore attua questa tecnica in maniera abilmente sottile già nella fase “super wow” del love bombing di modo che, essendo noi accecate dall’azzurro sbrilluccicoso del nostro “principe”, uno: di sicuro le sfumature marroni delle sue calzamaglie non le notiamo minimamente; due: dovessimo intercettare i famosi campanellini d’allarme, invece di soffermarci ad indagare continueremo ad ignorarli.

girone-4-fotoarticolo

È così che mi sono salvata. Nel pieno della mia favola da incubo sono inciampata per caso in un link, su Facebook, di un articolo che descriveva minuziosamente le caratteristiche dei narcisisti patologici, quelle di una relazione tossica e le conseguenze devastanti psicofisiche di chi, nella storia, è la parte che subisce. A fine lettura non so dirvi se fossi più inorridita o sollevata, lì dentro c’era racchiusa tutta la “roba” che stavo vivendo io ma al tempo stesso ci ho visto lo spiraglio di luce da seguire.  

Vi riporto di seguito una piccolissima serie di dinamiche che hanno delineato la mia relazione con il “principe abusante” e mi divido la citazione con Alessandro Siani.

 

  • Cominciai a dubitare di me.

Mi raccontava e faceva cose che in seguito negava di aver detto o fatto, questo era un suo modo di fare costante, anche nelle piccole cose, nelle sciocchezze, tutto. Lui smentiva, smentiva, smentiva godendo visibilmente del mio smarrimento, gli si illuminava quel volto pregno di perfidia a vedermi frastornata davanti ai suoi convinti “Ma quando mai!”, “Ma che dici, non è vero”, “Sei una pazza ma che t’inventi?!”

  • Tutto quello che veniva fuori dalla mia bocca era un cumulo di sciocchezze e banalità.

Era così persuasivo che, a rifletterci dopo, risultavano anche a me stronzate. Questo comportamento lo adottava quando eravamo soli, in presenza di altre persone non solo non lo faceva, addirittura mi esaltava apparentemente inorgoglito. Da sottolineare “apparentemente”. Inizialmente ci cascavo sul fatto che in fondo mi ammirasse ma poi quando eravamo insieme si contraddiceva gettandomi in overdose di confusione. Diventavo matta, rimuginavo ininterrottamente su come mai agli altri mi descrivesse come la donna più eccezionale al mondo e quando eravamo io e lui, non ero che un’emerita cretina. Poi ci sono arrivata. Ecco subito la spiegazione, è molto semplice e vale per la maggior parte dei narcisisti manipolatori: nella loro mente sono convinti di essere persone straordinariamente superiori, così come superiore e indiscutibile è tutto ciò li riguarda, comprese le loro scelte, compresa la partner. Devono dimostrare all’esterno che la loro compagna sia perfettamente adeguata alla loro grandiosità.

  • Il senso della realtà era completamente alterato.

Il livello, per intenderci bene, potrebbe essere quello che davanti a un bicchiere di vino rosso lui sosteneva fermamente che fosse bianco. Alla fine, ero lì a chiedermi se la realtà distorta non fosse la mia e se quel vino non fosse effettivamente bianco. Facciamo attenzione, facciamo appello alla poca lucidità che ancora ci resta perché è in questo caso estremo che il rischio di impazzire è realmente possibile.

  • All’improvviso non ho visto più i miei amici e man mano i parenti.

Non ricordo esattamente da quando ha cominciato a farmi il vuoto intorno ma di fatto sono arrivata a non vederli più. I pochi che lui inizialmente ha conosciuto, facendomi pesare lo sforzo e il favore enorme che mi stesse facendo, non erano abbastanza adeguati alla sua intelligenza e alla sua maturità. Di certo non potevo dire la verità alle persone che da sempre hanno abitato la mia quotidianità, così arrancavo scuse su scuse e raccontavo bugie per sottrarmi alla loro compagnia. Sempre per le doti persuasive del personaggio, piano piano il dubbio m’è venuto: «Ma non è che per la sua età, noi siamo veramente troppo infantili?». Così, vuoi per quieto vivere, vuoi che il mio cervello cominciasse pure a dargli ragione mi sono allontanata, senza rendermene conto, da tutto e tutti, anche dal mio lavoro, dai progetti, dai sogni.

  • Lui mi spaventava e mi destabilizzava.

Avevo l’impressione di essere la sua peggiore nemica per la cattiveria e l’odio che mi destinava. Quando gli chiedevo come fosse possibile che mi detestasse così tanto visto che mi diceva anche che ero l’amore della sua vita, mi dava della pazza visionaria. Altra caratteristica che accomuna la comunicazione, verbale e nei fatti, dei narcisisti patologici è quella di essere ambivalente. La confusione in cui si arriva a navigare è insostenibile, lo stato di dipendenza nei confronti di tali soggetti diventa totale e perpetuo mentre il loro nutrimento è appagato sempre e solo momentaneamente.

Momentaneamente perché, cominciamo ad impararlo, i narcisisti non sono mai appagati; dunque, dovranno darsi da fare velocemente per la mossa successiva. Una fatica enorme, tutto sommato, è un rapporto altamente stressante per entrambe le parti.

Ivana Napolitano interviene sulle tematiche di questo girone.

La preziosa testimonianza ci racconta di come funziona o meglio di come non funziona una tossica relazione abusante.

Il manipolatore, adescata la preda grazie all’arguto impegno del “love bombing”, prosegue dritto verso il suo obiettivo: svalutare poco per volta la vittima, all’inizio usando una leggera ironia, ad esempio sul suo modo di vestire, di parlare, sulla sua forma fisica. Dopo di che attacca con critiche meno velate sulle preferenze, sulle abitudini, sul carattere e su familiari ed amici della vittima, isolandola dai suoi contesti relazionali per esercitare in maniera “esclusiva” il controllo su di lei.

Successivamente inizia ad insinuare dubbi sulla lealtà, sulla moralità, sull’intelligenza e sull’onestà della “sua” donna.

Il gaslighting è fatto di bugie e negazioni, nette incongruenze tra azioni e parole che lentamente in maniera subdola consumano la vittima che si convince di essere “pazza” e di avere una visione distorta della realtà.

Il manipolatore attraverso azioni calcolate e consapevoli vuole distruggere l’autostima della vittima confondendo la sua percezione di sé, non prova empatia nei suoi confronti.

Chi subisce il gaslighting e tutte le devastanti forme di manipolazione abusanti ha bisogno di un aiuto concreto per uscirne, un percorso nel quale lavorare sulla consapevolezza e sul riconoscimento dei segnali della spietata violenza di cui è vittima, deve essere sostenuta per credere che da tutto questo orrore si può venire fuori.

 

Chi è impelagata in una relazione del genere, piano piano smette anche di confidarsi su ciò che accade. La realtà è così nebulosa che non sappiamo più raccontarla, i fatti così surreali che ce ne vergogniamo. Questo spiana completamente la via dell’isolamento, quella via che per volere del “mostro” avevamo già cominciato a percorrere.

Proviamo a prendere consapevolezza, dunque, del fatto che non importa quanto possa sembrarci illogico ciò che accade nella nostra storia, parliamone, proviamoci anche se ci risulta visionario da spiegare.

Immaginiamoci come fossimo in balia delle sabbie mobili, siamo destinate ad essere ingoiate dal fango ma se allunghiamo un braccio qualcuno potrebbe riuscire a salvarci.

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Vale anche nel caso contrario, facciamo attenzione se notiamo un’amica o una parente che si allontana, secondo noi, senza motivo o per motivi che ci convincono poco e cominciamo ad indagare. Cerchiamo di carpire informazioni utili al fine di essere concretamente d’aiuto, affinché possiamo essere tutti coinvolti nella prevenzione.

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#unrossoallaviolenza

Terzo Girone

#unrossoallaviolenza

È lunedì 21 novembre 2022. Il lunedì che accompagna la settimana che grida STOP alla violenza sulle donne, perché nel mezzo ha il 25, giornata mondiale dedicata.

È la settimana in cui TV, social, piazze, tutti si mobilitano per noi. Non meno importante è l’aspetto psicologico, per cui, personaggi famosi e sportivi lanciano il loro messaggio scendendo in campo con un segno rosso sul viso per rendere simbolicamente visibile anche quella violenza invisibile, subdola e silenziosa.

Mmh ok, ci piace, grazie tante per questa settimana, in cui la raccomandazione è: “denunciate denunciate denunciate, non siete sole”. Giustamente, gli slogan potrebbero mai esortarci a fare il contrario?!

Va bene, tutto molto bello ma poi passato il santo passata la festa, si spengono i riflettori sulla settimana di sensibilizzazione(?) e, arrivederci, l’appuntamento è al prossimo novembre.

E dopo? E il resto dell’anno?

Qualche giorno fa ho pubblicato sul mio profilo Facebook il post che segue:

“Un’altra donna è stata uccisa da un ex che non ha accettato di essere stato lasciato.

Un’altra donna è stata uccisa dopo aver denunciato.

Dai, menomale, che manca poco alla giornata dedicata”.

girone3-fotoarticolo2

Vi confesso che inizialmente avevo programmato la pubblicazione di amorevol-Mente proprio durante la settimana dedicata alla violenza sulle donne, mi sembrava strategico, ammetto, oltre alla volontà di dare un segnale e, nel mio piccolo, un contributo alla causa.

Poi ci ho riflettuto e ho rimandato l’uscita riconoscendo a me stessa di non poter cedere alle logiche di una strategia di marketing totalmente in contrapposizione con il mio pensiero.

Trovo “le giornate dedicate” inutili, molte delle quali imbarazzanti, questa in particolare mi fa proprio rabbia e concordo appieno con la mia amica C. che ha commentato così il post sopra citato: “Questa giornata è più offensiva degli spogliarellisti l’8 marzo”.

Il post era riferito ad Anastasiia uccisa a coltellate dal compagno, da cui si era separata e che evidentemente non aveva accettato la sua volontà, dopo averne denunciato i maltrattamenti e le minacce.

Come mai questa macabra vicenda non ci è nuova?

Con Anastasiia l’ultimo report aggiornato dalla Direzione Centrale della polizia criminale, realizzato in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, ci dice che nel 2022, fino ad oggi, si contano 82 vittime femminili uccise da partner o ex partner.

Ah, ecco, perché non ci era nuova!

Dunque, incazzata, indignata, impotente, mi prendo la responsabilità di discordare con la settimana dal trend #unrossoallaviolenza che inevitabilmente finisce con l’avere, al massimo, lo stesso folklore di una sagra della solidarietà e dichiarare che, invece, siamo sole e che denunciare serve a poco o a nulla e ogni episodio di femminicidio non fa altro che avvalorare la mia convinzione.

Da oggi, allora, cancelliamo pure i segni rossi e tracciamo sotto i nostri occhi strisce nere, come quelle dei possenti e corazzati giocatori di football americano, come quelle dei soldati nel pieno delle battaglie poiché anche per il prossimo anno abbiamo seriamente e tenacemente da combattere e l’imperativo è “prevenire prevenire prevenire”, perché durante i prossimi 358 giorni, come sempre, si tornerà a parlare di violenza sulle donne solo ogni volta che ne ammazzeranno una..

Attenzione, NON sto affermando che ogni relazione tossica abbia come finale il femminicidio ma che tale legame corre pericolosamente sul filo rischioso di quel potenziale epilogo.

Post-it: Questi soggetti non è che si svegliano una mattina e decidono di punto in bianco di mettere fine alla nostra esistenza. No, loro covano e covano nel tempo fino ad arrivare al gesto estremo quando sentono che stanno perdendo potere su di noi. Per i manipolatori affettivi è inaccettabile essere rifiutati o scartati, gli si destabilizza letteralmente il controllo che si ingegnano a mantenere costante, pertanto, scarto e rifiuto sono azioni che, secondo queste menti disturbate, spettano a loro e non a noi.

Chi è, ogni maledetta volta, l’assassino? “Elementare, Watson, elementare! È l’ex, è il partner o l’amante che non vuole essere lasciato e che, intanto, ha collezionato fascicoli di denunce che hanno lo stesso valore della carta igienica.

Ecco che la prevenzione è assolutamente fondamentale, se non ci tutela adeguatamente la giustizia lasciamo almeno che ci provi l’informazione.

 

La violenza invisibile e subdola a cui mi riferivo è la manipolazione mentale che il narcisista patologico attua perfidamente e in modo consapevole, con ripercussioni psicofisiche devastanti sulle prescelte. In cima alla lista delle strategie c’è il “gaslighting”, un vero e proprio lavaggio del cervello che ha lo scopo di farci dubitare innanzitutto della nostra sanità mentale, via via poi, di prendere il pieno controllo di noi e della nostra vita, infine di isolarci e renderci dipendenti da loro.

La dottoressa Ivana Napolitano, ci spiega cos’è il “gaslighting” e come opera il “gaslighter”.

 

«Svegliarsi da un abuso manipolativo è difficilissimo perché il cervello ridotto a brandelli non vuole staccarsi “dall’ipnosi” per riconoscere di essere stato truffato. La paura è lo strumento di controllo d’elezione, è il terreno fertile su cui viene condotta ogni manipolazione.

girone3-fotoarticolo1

Il “GASLIGHTING” rappresenta una forma molto subdola di violenza psicologica, insidiosa e sottile che conduce chi la subisce a mettere in discussione la propria capacità di giudizio e autonomia valutativa fino a giustificare i continui messaggi di svalutazione e cattiveria del carnefice. La vittima dinanzi a continue distorsioni della comunicazione fatte di ingiunzioni come “Ma come non ti ricordi, l’hai detto tu”, “Non me l’hai mai detto, l’avrai immaginato”, “Non vali niente” finisce col convincersi che ciò che dice l’abusante sia la verità, si rassegna, diventa insicura, estremamente vulnerabile e dipendente.

 

In questa fase la violenza si cronicizza. Uscire da una simile gabbia non è semplice, poiché gli attacchi sono continui ma ambivalenti. La gravità di questa situazione è tale da condurre la vittima verso una condizione patologica. Se una donna si trova in una situazione simile va aiutata esattamente come chi viene picchiata, i lividi dell’anima non si vedono ma possono uccidere».

Post-it: Il termine “Gaslighting” deriva dal film “Gaslight” (Angoscia), del 1944, che ha premiato con l’oscar Ingrid Bergman come migliore attrice. Nella pellicola, tratta da un’opera teatrale, la divina Bergman interpreta il ruolo di Paula, moglie di Gregory, che rischia di impazzire a causa delle manipolazioni quotidiane di suo marito. Vale la pena guardare il film, disponibile sul web per intero, per rendersi conto dell’abuso mentale di questa potente tecnica.

Che si trattasse di “gaslighting” e da dove prendesse il nome questa tattica l’ho scoperto quando ho cominciato a documentarmi su ciò che stavo vivendo, quando rinsavendo ho anche acquistato barlumi di lucidità. Prima di allora descrivevo la mia esperienza, almeno verso il finale, associandola alla più famosa pellicola di Kubrik, tratta dal romanzo di Stephen King, Shining.

Non riuscivo a trovare un modo né diverso né peggiore che descrivesse quella “cosa”, per eventi e scenari mi sembrava di essere Wendy e come lei avrei dovuto trasformare quel po’ di nitidezza mentale in astuzia e soprattutto giocare d’anticipo.

Praticamente segregata in casa, nell’ultimo periodo della relazione, mi sono trovata costretta persino a telefonare i miei genitori di nascosto. Non avevo più connessione con il mondo esterno, amiche, amici, famiglia, tutti banditi dalla mia vita e mi inventavo bugie su bugie per tenerli debitamente lontani. Mia mamma e mio papà erano il solo contatto che mi restava, oltre il buio profondo di quella prigione, quindi lui doveva liberarsene.

Li chiamavo in fretta e furia, chiusa nel bagno o rifugiata in angoli della casa opposti a dove fosse “il tipo”, sempre attenta che non se ne accorgesse, un’ansia tremenda, parlavo velocemente per tagliare corto fingendo qualunque tipo d’impegno che mi impedisse di chiacchierare con più calma.

Quando capitava che l’essere abusante mi scopriva urlava:

«Embè, quando chiami i tuoi mi dai un fastidio da pazzi! Non lo devi fare, non c’è bisogno di telefonargli tutti i giorni, ok?!»

Infatti, lui un pazzo sembrava, con quelle espressioni che gli trasformavano il volto e quegli occhi che facevano spavento. Jack Nicholson, uguale!

Una mattina gliel’ho anche detto che gli somigliava, perché cominciava a dare di matto già di prima mattina, e che quell’appartamento sembrava il set di “Shining”, l’ha preso come un complimento. Io ero terrorizzata, lui ci godeva.

I miei genitori cominciarono a rendersi conto della situazione in cui mi trovavo, così un giorno si sono presentati a sorpresa sulla porta d’ingresso, mi sono sentita come il “Piccolo Lord” quando scende di corsa le scale della “sala grande” e si trova davanti la sua mamma spuntata dal retro dell’albero di Natale gigante. Proprio così.

Ora mi permetto di farla io una raccomandazione: “informiamoci, informiamoci, informiamoci!”.

L’informazione è il cardine fondamentale della prevenzione, siamo affamati di sapere e non smettiamo mai di documentarci su soggetti e relazioni con dinamiche dalle spie patologiche. Solo così potremmo individuare quei benedetti segnali, solo informandoci ci verrà automatico non ignorarli. Divulghiamo informazioni agli altri, parliamone senza vergogna o timore di non essere compresi, confrontiamoci sempre. Proviamoci! La conoscenza ci renderà razionali, la razionalità ci salverà.

“Hanno provato a seppellirci ma quello che non sapevano è che eravamo semi”

Dai risultati dei miei “giri di web” questa citazione è iper-inflazionata nelle sue varianti e vanta una serie indefinita di paternità, la più attendibile è che sia comunemente un proverbio messicano.

Ma poco ci importa delle sue origini. Il suo successo deriva dal fatto che sia una frase che colpisce per impatto, positività e speranza e la trovo quanto mai adatta alla causa di amorevol-Mente e in particolare al tema di questo girone.

Pare anche che, nel 2018, il proverbio sia stato usato come messaggio da migliaia di uomini e donne, a Santiago del Cile, in una manifestazione di protesta contro gli abusi domestici e femminicidio. L’evento si è svolto, in Plaza Italia, l’11 maggio perché non ritenevano necessaria l’attesa di una giornata mondiale dedicata.

Terzo Girone

#unrossoallaviolenza

È lunedì 21 novembre 2022. Il lunedì che accompagna la settimana che grida STOP alla violenza sulle donne, perché nel mezzo ha il 25, giornata mondiale dedicata.

È la settimana in cui TV, social, piazze, tutti si mobilitano per noi. Non meno importante è l’aspetto psicologico, per cui, personaggi famosi e sportivi lanciano il loro messaggio scendendo in campo con un segno rosso sul viso per rendere simbolicamente visibile anche quella violenza invisibile, subdola e silenziosa.

Mmh ok, ci piace, grazie tante per questa settimana, in cui la raccomandazione è: “denunciate denunciate denunciate, non siete sole”. Giustamente, gli slogan potrebbero mai esortarci a fare il contrario?!

Va bene, tutto molto bello ma poi passato il santo passata la festa, si spengono i riflettori sulla settimana di sensibilizzazione(?) e, arrivederci, l’appuntamento è al prossimo novembre.

E dopo? E il resto dell’anno?

Qualche giorno fa ho pubblicato sul mio profilo Facebook il post che segue:

“Un’altra donna è stata uccisa da un ex che non ha accettato di essere stato lasciato.

Un’altra donna è stata uccisa dopo aver denunciato.

Dai, menomale, che manca poco alla giornata dedicata”.

girone3-fotoarticolo2

Vi confesso che inizialmente avevo programmato la pubblicazione di amorevol-Mente proprio durante la settimana dedicata alla violenza sulle donne, mi sembrava strategico, ammetto, oltre alla volontà di dare un segnale e, nel mio piccolo, un contributo alla causa.

Poi ci ho riflettuto e ho rimandato l’uscita riconoscendo a me stessa di non poter cedere alle logiche di una strategia di marketing totalmente in contrapposizione con il mio pensiero.

Trovo “le giornate dedicate” inutili, molte delle quali imbarazzanti, questa in particolare mi fa proprio rabbia e concordo appieno con la mia amica C. che ha commentato così il post sopra citato: “Questa giornata è più offensiva degli spogliarellisti l’8 marzo”.

Il post era riferito ad Anastasiia uccisa a coltellate dal compagno, da cui si era separata e che evidentemente non aveva accettato la sua volontà, dopo averne denunciato i maltrattamenti e le minacce.

Come mai questa macabra vicenda non ci è nuova?

Con Anastasiia l’ultimo report aggiornato dalla Direzione Centrale della polizia criminale, realizzato in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, ci dice che nel 2022, fino ad oggi, si contano 82 vittime femminili uccise da partner o ex partner.

Ah, ecco, perché non ci era nuova!

Dunque, incazzata, indignata, impotente, mi prendo la responsabilità di discordare con la settimana dal trend #unrossoallaviolenza che inevitabilmente finisce con l’avere, al massimo, lo stesso folklore di una sagra della solidarietà e dichiarare che, invece, siamo sole e che denunciare serve a poco o a nulla e ogni episodio di femminicidio non fa altro che avvalorare la mia convinzione.

Da oggi, allora, cancelliamo pure i segni rossi e tracciamo sotto i nostri occhi strisce nere, come quelle dei possenti e corazzati giocatori di football americano, come quelle dei soldati nel pieno delle battaglie poiché anche per il prossimo anno abbiamo seriamente e tenacemente da combattere e l’imperativo è “prevenire prevenire prevenire”, perché durante i prossimi 358 giorni, come sempre, si tornerà a parlare di violenza sulle donne solo ogni volta che ne ammazzeranno una..

Attenzione, NON sto affermando che ogni relazione tossica abbia come finale il femminicidio ma che tale legame corre pericolosamente sul filo rischioso di quel potenziale epilogo.

Post-it: Questi soggetti non è che si svegliano una mattina e decidono di punto in bianco di mettere fine alla nostra esistenza. No, loro covano e covano nel tempo fino ad arrivare al gesto estremo quando sentono che stanno perdendo potere su di noi. Per i manipolatori affettivi è inaccettabile essere rifiutati o scartati, gli si destabilizza letteralmente il controllo che si ingegnano a mantenere costante, pertanto, scarto e rifiuto sono azioni che, secondo queste menti disturbate, spettano a loro e non a noi.

Chi è, ogni maledetta volta, l’assassino? “Elementare, Watson, elementare! È l’ex, è il partner o l’amante che non vuole essere lasciato e che, intanto, ha collezionato fascicoli di denunce che hanno lo stesso valore della carta igienica.

Ecco che la prevenzione è assolutamente fondamentale, se non ci tutela adeguatamente la giustizia lasciamo almeno che ci provi l’informazione.

 

La violenza invisibile e subdola a cui mi riferivo è la manipolazione mentale che il narcisista patologico attua perfidamente e in modo consapevole, con ripercussioni psicofisiche devastanti sulle prescelte. In cima alla lista delle strategie c’è il “gaslighting”, un vero e proprio lavaggio del cervello che ha lo scopo di farci dubitare innanzitutto della nostra sanità mentale, via via poi, di prendere il pieno controllo di noi e della nostra vita, infine di isolarci e renderci dipendenti da loro.

La dottoressa Ivana Napolitano, ci spiega cos’è il “gaslighting” e come opera il “gaslighter”.

 

«Svegliarsi da un abuso manipolativo è difficilissimo perché il cervello ridotto a brandelli non vuole staccarsi “dall’ipnosi” per riconoscere di essere stato truffato. La paura è lo strumento di controllo d’elezione, è il terreno fertile su cui viene condotta ogni manipolazione.

girone3-fotoarticolo1

Il “GASLIGHTING” rappresenta una forma molto subdola di violenza psicologica, insidiosa e sottile che conduce chi la subisce a mettere in discussione la propria capacità di giudizio e autonomia valutativa fino a giustificare i continui messaggi di svalutazione e cattiveria del carnefice. La vittima dinanzi a continue distorsioni della comunicazione fatte di ingiunzioni come “Ma come non ti ricordi, l’hai detto tu”, “Non me l’hai mai detto, l’avrai immaginato”, “Non vali niente” finisce col convincersi che ciò che dice l’abusante sia la verità, si rassegna, diventa insicura, estremamente vulnerabile e dipendente.

 

In questa fase la violenza si cronicizza. Uscire da una simile gabbia non è semplice, poiché gli attacchi sono continui ma ambivalenti. La gravità di questa situazione è tale da condurre la vittima verso una condizione patologica. Se una donna si trova in una situazione simile va aiutata esattamente come chi viene picchiata, i lividi dell’anima non si vedono ma possono uccidere».

Post-it: Il termine “Gaslighting” deriva dal film “Gaslight” (Angoscia), del 1944, che ha premiato con l’oscar Ingrid Bergman come migliore attrice. Nella pellicola, tratta da un’opera teatrale, la divina Bergman interpreta il ruolo di Paula, moglie di Gregory, che rischia di impazzire a causa delle manipolazioni quotidiane di suo marito. Vale la pena guardare il film, disponibile sul web per intero, per rendersi conto dell’abuso mentale di questa potente tecnica.

Che si trattasse di “gaslighting” e da dove prendesse il nome questa tattica l’ho scoperto quando ho cominciato a documentarmi su ciò che stavo vivendo, quando rinsavendo ho anche acquistato barlumi di lucidità. Prima di allora descrivevo la mia esperienza, almeno verso il finale, associandola alla più famosa pellicola di Kubrik, tratta dal romanzo di Stephen King, Shining.

Non riuscivo a trovare un modo né diverso né peggiore che descrivesse quella “cosa”, per eventi e scenari mi sembrava di essere Wendy e come lei avrei dovuto trasformare quel po’ di nitidezza mentale in astuzia e soprattutto giocare d’anticipo.

Praticamente segregata in casa, nell’ultimo periodo della relazione, mi sono trovata costretta persino a telefonare i miei genitori di nascosto. Non avevo più connessione con il mondo esterno, amiche, amici, famiglia, tutti banditi dalla mia vita e mi inventavo bugie su bugie per tenerli debitamente lontani. Mia mamma e mio papà erano il solo contatto che mi restava, oltre il buio profondo di quella prigione, quindi lui doveva liberarsene.

Li chiamavo in fretta e furia, chiusa nel bagno o rifugiata in angoli della casa opposti a dove fosse “il tipo”, sempre attenta che non se ne accorgesse, un’ansia tremenda, parlavo velocemente per tagliare corto fingendo qualunque tipo d’impegno che mi impedisse di chiacchierare con più calma.

Quando capitava che l’essere abusante mi scopriva urlava:

«Embè, quando chiami i tuoi mi dai un fastidio da pazzi! Non lo devi fare, non c’è bisogno di telefonargli tutti i giorni, ok?!»

Infatti, lui un pazzo sembrava, con quelle espressioni che gli trasformavano il volto e quegli occhi che facevano spavento. Jack Nicholson, uguale!

Una mattina gliel’ho anche detto che gli somigliava, perché cominciava a dare di matto già di prima mattina, e che quell’appartamento sembrava il set di “Shining”, l’ha preso come un complimento. Io ero terrorizzata, lui ci godeva.

I miei genitori cominciarono a rendersi conto della situazione in cui mi trovavo, così un giorno si sono presentati a sorpresa sulla porta d’ingresso, mi sono sentita come il “Piccolo Lord” quando scende di corsa le scale della “sala grande” e si trova davanti la sua mamma spuntata dal retro dell’albero di Natale gigante. Proprio così.

Ora mi permetto di farla io una raccomandazione: “informiamoci, informiamoci, informiamoci!”.

L’informazione è il cardine fondamentale della prevenzione, siamo affamati di sapere e non smettiamo mai di documentarci su soggetti e relazioni con dinamiche dalle spie patologiche. Solo così potremmo individuare quei benedetti segnali, solo informandoci ci verrà automatico non ignorarli. Divulghiamo informazioni agli altri, parliamone senza vergogna o timore di non essere compresi, confrontiamoci sempre. Proviamoci! La conoscenza ci renderà razionali, la razionalità ci salverà.

“Hanno provato a seppellirci ma quello che non sapevano è che eravamo semi”

Dai risultati dei miei “giri di web” questa citazione è iper-inflazionata nelle sue varianti e vanta una serie indefinita di paternità, la più attendibile è che sia comunemente un proverbio messicano.

Ma poco ci importa delle sue origini. Il suo successo deriva dal fatto che sia una frase che colpisce per impatto, positività e speranza e la trovo quanto mai adatta alla causa di amorevol-Mente e in particolare al tema di questo girone.

Pare anche che, nel 2018, il proverbio sia stato usato come messaggio da migliaia di uomini e donne, a Santiago del Cile, in una manifestazione di protesta contro gli abusi domestici e femminicidio. L’evento si è svolto, in Plaza Italia, l’11 maggio perché non ritenevano necessaria l’attesa di una giornata mondiale dedicata.

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“Candy Candy è la preda ideale?”

Secondo Girone

“Candy Candy è la preda ideale?”

«Dottoressa, faccia uscire “questa tizia” dal mio corpo, la prego!»

È stata la prima richiesta di S.O.S. fatta alla psicologa quando nel suo studio mi sono seduta di fronte a lei, manco mi fossi rivolta a un’esorcista.

«E chi sarebbe questa tizia?», mi ha chiesto strabuzzando gli occhi.

«Candy Candy, la crocerossina che alloggia dentro di me!».

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La mia empatia è così smisurata che, a volte, non comprendo se sia “lei” ad abitare in me o se sia io ad essere sua ospite.

Fatto sta che nell’auto analizzarmi, prima di rivolgermi alla specialista, ho dato tutta la responsabilità di essere rimasta imbrigliata nella relazione tossica con quello là alla “Signorina tutta lentiggini” (Così come la chiamava Terence, ricordate? Praticamente uno dei primi narcisisti per cui abbiamo perso la testa un po’ tutte).

Da quando un vecchio claim ce l’ha inculcato, sappiamo che “prevenire è meglio che curare”, tuttavia nel caso in cui, invece, il danno sia stato fatto il percorso terapeutico resta necessario dopo un’esperienza tanto traumatica quanto destabilizzante per il corpo e per la mente. A me è servito, innanzitutto, a ridimensionare i sensi di colpa per esserci cascata, poi a rendere chiare cause e dinamiche di un legame perverso e infine a ricucire i pezzi di una persona fatta a brandelli: io.

Credo di non essermi ancora perdonata per il troppo tempo dedicato a questo individuo ma pian piano, sono sicura, risolverò con me stessa anche questo aspetto. È il motivo per il quale mi sta tanto a cuore la prevenzione, il motivo che mi ha spinta verso questa strada sterrata ma comunque percorribile. Non possiamo permettere a qualcun altro di rubare il nostro tempo perché nel momento in cui si rinsavisce la sensazione, poi, è quella di averlo gettato via volontariamente e vi assicuro che questa sarà la parte più complicata da elaborare e da accettare.

Per quanto riguarda la corretta informazione, invece, il percorso con la psicologa mi è servito anche a scoprire, con sorpresa, che “Candy Candy” è stata responsabile solo in parte.

Chi è allora la preda prediletta del manipolatore affettivo?

Post-it: È opportuno chiarire che, per quanto le tappe di una relazione con i narcisisti abbiano a grandi linee sempre lo stesso procedimento, per quanto questi soggetti abbiano in comune l’attitudine alla manipolazione e come unico scopo il controllo della partner, le personalità non sono tutte uguali e la scelta della preda viene sostanzialmente fatta anche in base alla loro cultura e alla posizione che occupano in società.

Ci sono, come abbiamo visto, i narcisisti plateali che ti amano alla follia e ti vogliono sposare dopo un giorno e, lì, con un minimo di lucidità i segnali sono forti e riconoscibili. Ci sono, però, anche manipolatori molto più abili e astuti che agiscono in maniera così sottile che riconoscerli subito è praticamente impossibile. Cosicché anche una donna determinata, brillante, non particolarmente empatica e lungi dall’essere crocerossina può restare coinvolta in un legame tossico.

Troverete l’identikit dei narcisisti con le loro caratteristiche nel glossario in fondo al manuale.

Dunque, riepilogando, certo è che la “donna crocerossina” abbia una notevole propensione alla relazione con il narcisista. Tra le prime strategie manipolative messe in atto dal vampiro energetico, c’è quella di far leva sul proprio vittimismo e qui “la ragazza della croce rossa” ci va a nozze.

Certo è che questi due personaggi siano i protagonisti delle peggiori favole. La loro non è semplicemente una storia destinata a restare senza l’happy ending, crocerossine e narcisisti danno vita a una trama di fronte al quale i film dell’orrore inorridiscono.

Certo NON è che sia l’unica tipologia di donne che possa capitolare davanti a quest’amore che, come ci canta Gianna Nannini a squarciagola, è una camera a gas.

Di conseguenza bisogna assolutamente smantellare ogni congettura basata sul “Abbiamo la sindrome della crocerossina? Allora è ovvio essere “prede” di questi soggetti”, un po’ come dire “Ce la siamo cercata”. Nessuna se la va a cercare, semplicemente capita e non riusciamo a riconoscerla.

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Ivana Napolitano, ci spiega che spesso chi è vittima di un partner affettivo psicologicamente abusante si trova a dover fare i conti con affermazioni che amplificano i sensi di colpa ed impediscono il processo di esternalizzazione del dolore, prima fra tutte “se l’è andata a cercare!”

Questo pregiudizio viene rafforzato dall’idea che tutte le vittime siano donne affamate d’amore convinte che l’unico modo per essere amate sia quello di sacrificare sé stesse. Si parla di “dipendenza affettiva” quando tutti i propri sforzi, reali o mentali sono concentrati sull’altro e sulla relazione, nonostante i suoi palesi aspetti disfunzionali. Molte donne hanno difficoltà a riconoscere il “vero amore” perché hanno un vuoto interiore (derivante da ferite infantili) richiedente, distruttivo che pretende di essere riempito con qualsiasi cibo spingendole ad aggrapparsi a storie deludenti, tossiche, nocive, violente.  Queste donne insicure, con bassa autostima, troppo empatiche restano incastrate nella relazione con l’egoista manipolatore e sono quelle che con più leggerezza vengono ingiustamente etichettate come “colpevoli” di essersi imbattute nel trauma dell’abuso narcisistico.

È assolutamente importante diffondere l’idea che chiunque può essere abusato psicologicamente, nessuna donna ha fatto qualcosa di sbagliato per meritare una relazione tossica. Sono tante le storie di vittime che con la “crocerossina” non c’entrano niente, al contrario, sono sicure di sé, severe, autorevoli, determinate e con storie familiari di amore e di attaccamento sicuro. Non esiste l’identikit della “vittima perfetta”, ogni persona ha la sua peculiarità. Quello che sicuramente accomuna le “prede”, invece, è l’entità del trauma: dopo un abuso narcisistico la donna si sente uno straccio, sviluppa un’idea di sé distorta e sminuita.

 

Io, per quello là, ero una papabile vittima perfetta ma più di tutto rappresentavo certamente la sfida perfetta: una crocerossina dallo spirito indipendente. Riuscite ad immaginare una preda più allettante?

Ero single da tanto tempo con una vita a dir poco frenetica, ormai abituata a quelli che già allora chiamavo “fantasmini”, maschi che apparivano e sparivano come fosse stato nulla e soprattutto come io fossi stata nulla. Alla fine, ero così assuefatta da aver adottato lo stesso loro atteggiamento.

Chi l’avrebbe detto che oggi questi soggetti sarebbero diventati popolari e dannosamente di tendenza con il nome di “ghoster” e il loro fare “ghosting” del cazzo. Questo, però, lo vedremo qualche girone più avanti.

Premetto che tale atteggiamento non mi stava bene, tuttavia, questi personaggi funzionavano così e pian piano mi ero accomodata anch’io in quella superficialità. E a proposito di superficialità a lui avevo espresso, tra le mille chiacchiere della sera in cui ci siamo conosciuti, anche il desiderio di volermi sposare un giorno, non per la vita matrimoniale ma solo per indossare “quell’abito” e perché, visto che organizzavo eventi, mi sarebbe piaciuto andare al mio matrimonio che avevo già tutto nella mente. Gli avevo fatto un assist che neanche il miglior Luis Alberto con il malleolo o Milinkovic di tacco nella mia Lazio, ecco perché “desiderava” sposarmi di rovesciata al volo.

Quando, a fine serata, mi chiese: «A che ora passo a prenderti domani?», gli risposi: «In che senso domani?», ero incredula al punto che pensavo di aver capito male. Ero abituata a rivedere un “tipo nuovo” dopo un lasso di tempo indefinito.

Il mio cervello l’anomalia di quel “Love Bombing”, come vi ho detto, l’aveva intercettata ciononostante era rimasto fortemente attratto da chi non aveva intenzione di sparire, anzi, addirittura di progettare e costruire.

Post-it: Non c’è nulla che esca dai loro sguardi o dalla loro bocca che non sia minuziosamente calcolato. Loro non ci stanno semplicemente ascoltando quando ci raccontiamo, durante il love bombing, stanno archiviando ogni possibile informazione per poi colpire i nostri bisogni e affondare i nostri punti deboli. Ah, e teniamo bene a mente che questa sarà l’unica fase della relazione in cui hanno la virtù dell’ascolto, in seguito le nostre saranno solo parole al vento.

Ecco, quindi, va bene lavorare su noi stesse al fine di comprendere i motivi per i quali ci siamo fatte irretire ma resta fondamentale scrollarci di dosso, quanto prima, i sensi di colpa e acquisire la consapevolezza che questi soggetti dalla personalità disturbata hanno delle skills manipolative così machiavelliche che Sherlock Holmes e Mr Moriarty messi insieme gli spicciano casa.

E, lo ammetto, non vedevo l’ora di usare anche io una delle espressioni “più fighe” del momento, “Skills” al posto di “abilità”.

Secondo Girone

“Candy Candy è la preda ideale?”

«Dottoressa, faccia uscire “questa tizia” dal mio corpo, la prego!»

È stata la prima richiesta di S.O.S. fatta alla psicologa quando nel suo studio mi sono seduta di fronte a lei, manco mi fossi rivolta a un’esorcista.

«E chi sarebbe questa tizia?», mi ha chiesto strabuzzando gli occhi.

«Candy Candy, la crocerossina che alloggia dentro di me!».

girone2art-web

La mia empatia è così smisurata che, a volte, non comprendo se sia “lei” ad abitare in me o se sia io ad essere sua ospite.

Fatto sta che nell’auto analizzarmi, prima di rivolgermi alla specialista, ho dato tutta la responsabilità di essere rimasta imbrigliata nella relazione tossica con quello là alla “Signorina tutta lentiggini” (Così come la chiamava Terence, ricordate? Praticamente uno dei primi narcisisti per cui abbiamo perso la testa un po’ tutte).

Da quando un vecchio claim ce l’ha inculcato, sappiamo che “prevenire è meglio che curare”, tuttavia nel caso in cui, invece, il danno sia stato fatto il percorso terapeutico resta necessario dopo un’esperienza tanto traumatica quanto destabilizzante per il corpo e per la mente. A me è servito, innanzitutto, a ridimensionare i sensi di colpa per esserci cascata, poi a rendere chiare cause e dinamiche di un legame perverso e infine a ricucire i pezzi di una persona fatta a brandelli: io.

Credo di non essermi ancora perdonata per il troppo tempo dedicato a questo individuo ma pian piano, sono sicura, risolverò con me stessa anche questo aspetto. È il motivo per il quale mi sta tanto a cuore la prevenzione, il motivo che mi ha spinta verso questa strada sterrata ma comunque percorribile. Non possiamo permettere a qualcun altro di rubare il nostro tempo perché nel momento in cui si rinsavisce la sensazione, poi, è quella di averlo gettato via volontariamente e vi assicuro che questa sarà la parte più complicata da elaborare e da accettare.

Per quanto riguarda la corretta informazione, invece, il percorso con la psicologa mi è servito anche a scoprire, con sorpresa, che “Candy Candy” è stata responsabile solo in parte.

Chi è allora la preda prediletta del manipolatore affettivo?

Post-it: È opportuno chiarire che, per quanto le tappe di una relazione con i narcisisti abbiano a grandi linee sempre lo stesso procedimento, per quanto questi soggetti abbiano in comune l’attitudine alla manipolazione e come unico scopo il controllo della partner, le personalità non sono tutte uguali e la scelta della preda viene sostanzialmente fatta anche in base alla loro cultura e alla posizione che occupano in società.

Ci sono, come abbiamo visto, i narcisisti plateali che ti amano alla follia e ti vogliono sposare dopo un giorno e, lì, con un minimo di lucidità i segnali sono forti e riconoscibili. Ci sono, però, anche manipolatori molto più abili e astuti che agiscono in maniera così sottile che riconoscerli subito è praticamente impossibile. Cosicché anche una donna determinata, brillante, non particolarmente empatica e lungi dall’essere crocerossina può restare coinvolta in un legame tossico.

Troverete l’identikit dei narcisisti con le loro caratteristiche nel glossario in fondo al manuale.

Dunque, riepilogando, certo è che la “donna crocerossina” abbia una notevole propensione alla relazione con il narcisista. Tra le prime strategie manipolative messe in atto dal vampiro energetico, c’è quella di far leva sul proprio vittimismo e qui “la ragazza della croce rossa” ci va a nozze.

Certo è che questi due personaggi siano i protagonisti delle peggiori favole. La loro non è semplicemente una storia destinata a restare senza l’happy ending, crocerossine e narcisisti danno vita a una trama di fronte al quale i film dell’orrore inorridiscono.

Certo NON è che sia l’unica tipologia di donne che possa capitolare davanti a quest’amore che, come ci canta Gianna Nannini a squarciagola, è una camera a gas.

Di conseguenza bisogna assolutamente smantellare ogni congettura basata sul “Abbiamo la sindrome della crocerossina? Allora è ovvio essere “prede” di questi soggetti”, un po’ come dire “Ce la siamo cercata”. Nessuna se la va a cercare, semplicemente capita e non riusciamo a riconoscerla.

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Ivana Napolitano, ci spiega che spesso chi è vittima di un partner affettivo psicologicamente abusante si trova a dover fare i conti con affermazioni che amplificano i sensi di colpa ed impediscono il processo di esternalizzazione del dolore, prima fra tutte “se l’è andata a cercare!”

Questo pregiudizio viene rafforzato dall’idea che tutte le vittime siano donne affamate d’amore convinte che l’unico modo per essere amate sia quello di sacrificare sé stesse. Si parla di “dipendenza affettiva” quando tutti i propri sforzi, reali o mentali sono concentrati sull’altro e sulla relazione, nonostante i suoi palesi aspetti disfunzionali. Molte donne hanno difficoltà a riconoscere il “vero amore” perché hanno un vuoto interiore (derivante da ferite infantili) richiedente, distruttivo che pretende di essere riempito con qualsiasi cibo spingendole ad aggrapparsi a storie deludenti, tossiche, nocive, violente.  Queste donne insicure, con bassa autostima, troppo empatiche restano incastrate nella relazione con l’egoista manipolatore e sono quelle che con più leggerezza vengono ingiustamente etichettate come “colpevoli” di essersi imbattute nel trauma dell’abuso narcisistico.

È assolutamente importante diffondere l’idea che chiunque può essere abusato psicologicamente, nessuna donna ha fatto qualcosa di sbagliato per meritare una relazione tossica. Sono tante le storie di vittime che con la “crocerossina” non c’entrano niente, al contrario, sono sicure di sé, severe, autorevoli, determinate e con storie familiari di amore e di attaccamento sicuro. Non esiste l’identikit della “vittima perfetta”, ogni persona ha la sua peculiarità. Quello che sicuramente accomuna le “prede”, invece, è l’entità del trauma: dopo un abuso narcisistico la donna si sente uno straccio, sviluppa un’idea di sé distorta e sminuita.

 

Io, per quello là, ero una papabile vittima perfetta ma più di tutto rappresentavo certamente la sfida perfetta: una crocerossina dallo spirito indipendente. Riuscite ad immaginare una preda più allettante?

Ero single da tanto tempo con una vita a dir poco frenetica, ormai abituata a quelli che già allora chiamavo “fantasmini”, maschi che apparivano e sparivano come fosse stato nulla e soprattutto come io fossi stata nulla. Alla fine, ero così assuefatta da aver adottato lo stesso loro atteggiamento.

Chi l’avrebbe detto che oggi questi soggetti sarebbero diventati popolari e dannosamente di tendenza con il nome di “ghoster” e il loro fare “ghosting” del cazzo. Questo, però, lo vedremo qualche girone più avanti.

Premetto che tale atteggiamento non mi stava bene, tuttavia, questi personaggi funzionavano così e pian piano mi ero accomodata anch’io in quella superficialità. E a proposito di superficialità a lui avevo espresso, tra le mille chiacchiere della sera in cui ci siamo conosciuti, anche il desiderio di volermi sposare un giorno, non per la vita matrimoniale ma solo per indossare “quell’abito” e perché, visto che organizzavo eventi, mi sarebbe piaciuto andare al mio matrimonio che avevo già tutto nella mente. Gli avevo fatto un assist che neanche il miglior Luis Alberto con il malleolo o Milinkovic di tacco nella mia Lazio, ecco perché “desiderava” sposarmi di rovesciata al volo.

Quando, a fine serata, mi chiese: «A che ora passo a prenderti domani?», gli risposi: «In che senso domani?», ero incredula al punto che pensavo di aver capito male. Ero abituata a rivedere un “tipo nuovo” dopo un lasso di tempo indefinito.

Il mio cervello l’anomalia di quel “Love Bombing”, come vi ho detto, l’aveva intercettata ciononostante era rimasto fortemente attratto da chi non aveva intenzione di sparire, anzi, addirittura di progettare e costruire.

Post-it: Non c’è nulla che esca dai loro sguardi o dalla loro bocca che non sia minuziosamente calcolato. Loro non ci stanno semplicemente ascoltando quando ci raccontiamo, durante il love bombing, stanno archiviando ogni possibile informazione per poi colpire i nostri bisogni e affondare i nostri punti deboli. Ah, e teniamo bene a mente che questa sarà l’unica fase della relazione in cui hanno la virtù dell’ascolto, in seguito le nostre saranno solo parole al vento.

Ecco, quindi, va bene lavorare su noi stesse al fine di comprendere i motivi per i quali ci siamo fatte irretire ma resta fondamentale scrollarci di dosso, quanto prima, i sensi di colpa e acquisire la consapevolezza che questi soggetti dalla personalità disturbata hanno delle skills manipolative così machiavelliche che Sherlock Holmes e Mr Moriarty messi insieme gli spicciano casa.

E, lo ammetto, non vedevo l’ora di usare anche io una delle espressioni “più fighe” del momento, “Skills” al posto di “abilità”.

love-bomb-prova

“Love Bombing”

Primo Girone

“Love Bombing”

“Narciso parole di burro

Si sciolgono sotto l’alito della passione

Narciso, trasparenza e mistero
Cospargimi di olio alle mandorle e vanità, modellami

“Narciso sublime apparenza

Ricoprimi di eleganti premure e sontuosità, ispirami”

“Raccontami le storie che ami inventare spaventami

Raccontami le nuove esaltanti vittorie

conquistami inventami dammi un’altra identità

Stordiscimi disarmami e infine colpisci…”

 

Scommetto che molti l’abbiano letto cantando. Agli altri, invece, ricordo che il virgolettato è una parte del testo di “Parole di burro”, brano del 2000 de “la cantantessa” siciliana Carmen Consoli.

Fino a qualche anno fa questa era semplicemente una canzone che mi piaceva, nella sua versione remix, più per la musica che per le parole. Poi mi ci sono soffermata bene e, oggi, potrei definirla l’emblema in musica della tematica trattata da amorevol-Mente ovvero quando un amore apparentemente da favola diventa un incubo, quando il “Mente” non è un suffisso è verbo mentire.

Vi è mai capitato di esservi imbattuti o credere di esservi imbattuti in un narcisista? Sento di dover sottolineare “di credere” perché l’argomento che tratteremo è estremamente delicato e, mai come ora, c’è troppa confusione al riguardo, tant’è vero che il termine “Narcisista” è abusato e, pure, con una certa leggerezza.

Al primo attacco di stronzaggine o di egocentrismo del personaggio di turno tendiamo a sentenziare con uno sbrigativo: “Ah, quello è un narcisista!”.

Ivana Napolitano, psicologa-psicoterapeuta di orientamento sistemico relazionale, ci dà l’identikit del vero narcisista patologico.

«Il mio partner era narcisista?» Questa è la domanda più frequente che viene posta in psicoterapia quando si esce da una relazione “tossica”, racconta la Dottoressa.

love-bombing1

Una relazione “tossica” è, infatti, caratterizzata dalla presenza di un partner che mostra comportamenti nocivi e lesivi, sia da un punto di vista emotivo che fisico, nei confronti della compagna, esercitando il proprio potere col fine di averne il controllo e porla in condizione di sottomissione.

Il termine “narcisista” rimanda ad una definizione ad ampio spettro che comprende chi esercita violenza in una relazione. Potremmo usare il termine “manipolatore” per includere i disturbi di personalità contenuti nel DsM5 (il manuale dei disturbi psichiatrici) quelli del Cluster B (disturbo narcisistico, istrionico, borderline e antisociale). Avere una diagnosi precisa, però, risulta difficile perché questi soggetti tendono a non sottoporsi ad analisi».

 

Certo, in analisi poi ci andiamo noi. Ad ogni modo, di questi “personaggi”, nel manuale, ne parleremo al maschile sia perché per questi gironi infernali attingo dalla mia vicenda sia perché le statistiche riportano che il narcisismo patologico è ancora in prevalenza attribuito al maschio. Diversamente nel blog www.amorevolmente.com ci confronteremo indistintamente tutti perché la realtà dice, invece, che le donne narcisiste esistono e sono anche tante, che la violenza sugli uomini esiste ma è più silente, che i manipolatori affettivi e i vampiri energetici non hanno genere e non sono un’esclusiva dei rapporti sentimentali di coppia.

Ecco perché nasce amorevol-Mente, sicuramente con l’obiettivo di essere un confronto tra le esperienze, quello che, però, mi sta più a cuore è fare prevenzione. Impariamo insieme a cogliere i segnali che sono i campanelli d’allarme di una relazione tossica, con un po’ di attenzione, sarebbero addirittura sirene spiegate ma noi, ubriache d’amore, le percepiamo come musica suonata da violini.

amorevol-Mente nasce perché a me è capitato e non l’avevo capito. Mi piace pensare che queste pagine possano essere “la pulce nell’orecchio” per altre donne a cui sta capitando e non l’hanno capito, ancora più bello sarebbe se, grazie all’informazione, ci si fermasse prima e non capitasse affatto.

Per quel che mi riguarda, i segnali, con il senno di poi, c’erano tutti e “il tipo” me li aveva spiattellati in faccia anche parecchio velocemente.

Quella sera io e lui ci siamo baciati circa un’ora dopo esserci presentati, mentre sorseggiavamo un drink dallo stesso bicchiere e fumavamo dalla stessa sigaretta. Ne sono rimasta ammaliata appena il suo sorriso ha incontrato il mio sguardo, appena le nostre mani si sono strette nel saluto formale di un “Ciao, piacere, come va?”. Evidentemente dalle espressioni senza filtri del mio volto sarà partito chiaro il messaggio: “Da dove è uscito questo, quanto mi piace!” e lui, scaltro, lo ha accolto prontamente.

I baci si alternavano alle parole che scivolavano tra noi leggere e giocose, tra una boccata di Marlboro Light e un sorso di spritz, come se non avessimo fatto altro fino a quel momento delle nostre vite. Non mi sembrava vero. I suoi occhi mi avevano disarmata, luccicavano come non avevo mai visto occhi luccicare.

«Sono emozionato – ripeteva – non mi era mai capitato nulla di simile prima d’ora, con nessun’altra». E facciamo promemoria di questa sua dichiarazione.

Era notte fonda quando siamo rientrati a casa, a lui però non era bastato quel tempo passato insieme, gli mancavo già da non poter resistere più un attimo senza me così abbiamo tirato fino all’alba chiacchierando al telefono. Ad ogni tentativo di chiudere la chiamata era un ripetersi di “attacca tu, no attacca tu” che nemmeno i testimonial della teleselezione della Sip a fine anni ’80. Ve li ricordate, “Ma quanto mi costi?”.

E quanto stava per costare a me questa storia!

Il giorno dopo ci immaginava sposati e non vedeva l’ora che accadesse. Mi descriveva il nostro matrimonio favoloso come se fossimo pronti ad organizzarlo. Il suo rammarico di non avermi incontrata prima della sua ex lo stava facendo ammattire.

Il terzo giorno si è presentato a casa mia per conoscere i miei genitori. Teneva a dimostrarmi che il progetto matrimoniale che disegnava con la fantasia era un desiderio da concretizzare a tutti i costi quanto prima.

Il quarto giorno mi amava alla follia: «Ti amo come fossi un quindicenne che scopre l’amore per la prima volta, non riesco più a vivere senza te». Memorizziamo anche questa frase.

Ora, in quanti starete pensando: “Credi pure a Babbo Natale, ancora”?

Beh, sì, avete ragione. In difesa del mio intuito, però, lasciatemi dire che in un primo momento i segnali li avevo pure colti. Nei brevi momenti di lucidità che mi attraversavano, il dubbio che tutto quell’amore non fosse possibile, vi assicuro, mi veniva. Ripassavo le dinamiche dei suoi comportamenti, della sua vita personale, anche le sue parole e ricordo che gli ripetevo spesso: «Tu non vuoi me, vuoi la “situazione”, ti serve proprio!».

La chiamavo “situazione”, non riuscivo a dare un nome a quel BOMBARDAMENTO D’AMORE. Intanto lui si considerava offeso e ferito nella sua sconfinata sensibilità per la mia mancanza di fiducia.

Mi allontanai. Avevo bisogno di respirare, di uscire da quel subbuglio mentale, di riprendermi la libertà con cui avevo sempre vissuto e di cui avevo sempre necessitato. Dopo soli quattro giorni, la sensazione era quella di aver consumato un legame di almeno quattro anni, di avere divorziato e poi di dover elaborare pure la separazione.

Me lo lasciò fare, sapeva bene che già vorticavo nella rete emotiva che mi aveva tessuto abilmente intorno alla velocità della luce.

Ero libera ma non troppo perché lui mi mancava. Questo amplificava la mia confusione.

È vero che la sua era stata una presenza da subito ingombrante ma era durata troppo poco per mancarmi così tanto. Com’era possibile?

Mi mancava essere guardata in quel modo che nessuno mai. Solo a Bradley Cooper ho visto fare un pochino meglio con Lady Ga Ga in “A star is born”.

Le perplessità che avevo su di lui, senza che me ne rendessi conto, le avevo rimbalzate su di me. A cosa mi serviva, in fondo, la libertà se lui mi mancava?

E se fossi stata davvero io l’ingrata a non apprezzare abbastanza la fortuna di aver incontrato uno come lui? E se mi stavo lasciando scappare il mio Jack Maine? E se stavo dando un calcio alla mia favola? E se… L’ho cercato.

Venti giorni dopo è cominciata la nostra convivenza, il ventunesimo giorno il mio incubo.

“La situazione” il nome ce l’aveva, ce l’ha ed è “Love bombing”.

Puntata_1_LOVEBOMBING

«Il love bombing – spiega ancora la Dottoressa Napolitano – è un gioco manipolatorio molto raffinato tipico dei narcisisti. Si tratta di una trappola emotiva messa in atto nella fase del corteggiamento caratterizzata da passione travolgente, telefonate infinite, messaggi a tutte le ore, complimenti finalizzati a far sentire la “preda” unica e speciale.  La verità è che dopo aver sedotto con promesse di amore incondizionato, il manipolatore, soddisfatto il suo ego carico di vanità ed approvazione, svela il suo tranello rivelandosi un potente abusante».

È importante porsi continue domande su ciò che accade, chiedersi se si è capito bene quello che ci è stato detto dal partner. I dubbi e l’insicurezza costante sono già tutti campanelli d’allarme… amare non è essere sottomessi, essere in confusione, essere manipolati».

«Nelle relazioni tossiche nulla, nemmeno per un attimo, si fa per il bene dell’altro. Dall’iniziale adulazione del “love bombing” che porta all’isolamento, alle strategie manipolative ed intimidatorie per tenere la preda “al suo posto”. Tutto mira a soddisfare il bisogno di potere e controllo del manipolatore affettivo. Questa è la realtà che dobbiamo affrontare e non restare prigionieri di una pericolosa illusione».

Il Love Bombing è, dunque, la tattica primordiale di cui si serve il narcisista per soggiogare la preda. Nei prossimi gironi conosceremo le altre principali tecniche manipolative con cui opera lo stratega narcisista ma sempre con un riflettore puntato su questa del bombardamento d’amore.

Post-it: Intanto riflettiamoci, se non siamo i protagonisti di una commedia rosa, in cui tutto per esigenza di trama e tempi deve accadere in un week end, si può mai amare qualcuno dopo pochi giorni o addirittura dopo pochi istanti?

Nel caso stessimo pensando “E il colpo di fulmine, allora?!”

Proviamo a restare razionali, quello esiste, certo, ma è un processo chimico che avviene nel nostro cervello e nel nostro corpo, è pura attrazione fisica e il più delle volte ha vita breve. Proviamo a non confondere la sensazione di innamoramento reciproco improvviso con l’amore

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Primo Girone

“Love Bombing”

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“Narciso parole di burro

Si sciolgono sotto l’alito della passione

Narciso, trasparenza e mistero
Cospargimi di olio alle mandorle e vanità, modellami

“Narciso sublime apparenza

Ricoprimi di eleganti premure e sontuosità, ispirami”

“Raccontami le storie che ami inventare spaventami

Raccontami le nuove esaltanti vittorie

conquistami inventami dammi un’altra identità

Stordiscimi disarmami e infine colpisci…”

 

Scommetto che molti l’abbiano letto cantando. Agli altri, invece, ricordo che il virgolettato è una parte del testo di “Parole di burro”, brano del 2000 de “la cantantessa” siciliana Carmen Consoli.

Fino a qualche anno fa questa era semplicemente una canzone che mi piaceva, nella sua versione remix, più per la musica che per le parole. Poi mi ci sono soffermata bene e, oggi, potrei definirla l’emblema in musica della tematica trattata da amorevol-Mente ovvero quando un amore apparentemente da favola diventa un incubo, quando il “Mente” non è un suffisso è verbo mentire.

Vi è mai capitato di esservi imbattuti o credere di esservi imbattuti in un narcisista? Sento di dover sottolineare “di credere” perché l’argomento che tratteremo è estremamente delicato e, mai come ora, c’è troppa confusione al riguardo, tant’è vero che il termine “Narcisista” è abusato e, pure, con una certa leggerezza.

Al primo attacco di stronzaggine o di egocentrismo del personaggio di turno tendiamo a sentenziare con uno sbrigativo: “Ah, quello è un narcisista!”.

Ivana Napolitano, psicologa-psicoterapeuta di orientamento sistemico relazionale, ci dà l’identikit del vero narcisista patologico.

«Il mio partner era narcisista?» Questa è la domanda più frequente che viene posta in psicoterapia quando si esce da una relazione “tossica”, racconta la Dottoressa.

love-bombing1

Una relazione “tossica” è, infatti, caratterizzata dalla presenza di un partner che mostra comportamenti nocivi e lesivi, sia da un punto di vista emotivo che fisico, nei confronti della compagna, esercitando il proprio potere col fine di averne il controllo e porla in condizione di sottomissione.

Il termine “narcisista” rimanda ad una definizione ad ampio spettro che comprende chi esercita violenza in una relazione. Potremmo usare il termine “manipolatore” per includere i disturbi di personalità contenuti nel DsM5 (il manuale dei disturbi psichiatrici) quelli del Cluster B (disturbo narcisistico, istrionico, borderline e antisociale). Avere una diagnosi precisa, però, risulta difficile perché questi soggetti tendono a non sottoporsi ad analisi».

 

Certo, in analisi poi ci andiamo noi. Ad ogni modo, di questi “personaggi”, nel manuale, ne parleremo al maschile sia perché per questi gironi infernali attingo dalla mia vicenda sia perché le statistiche riportano che il narcisismo patologico è ancora in prevalenza attribuito al maschio. Diversamente nel blog www.amorevolmente.com ci confronteremo indistintamente tutti perché la realtà dice, invece, che le donne narcisiste esistono e sono anche tante, che la violenza sugli uomini esiste ma è più silente, che i manipolatori affettivi e i vampiri energetici non hanno genere e non sono un’esclusiva dei rapporti sentimentali di coppia.

Ecco perché nasce amorevol-Mente, sicuramente con l’obiettivo di essere un confronto tra le esperienze, quello che, però, mi sta più a cuore è fare prevenzione. Impariamo insieme a cogliere i segnali che sono i campanelli d’allarme di una relazione tossica, con un po’ di attenzione, sarebbero addirittura sirene spiegate ma noi, ubriache d’amore, le percepiamo come musica suonata da violini.

amorevol-Mente nasce perché a me è capitato e non l’avevo capito. Mi piace pensare che queste pagine possano essere “la pulce nell’orecchio” per altre donne a cui sta capitando e non l’hanno capito, ancora più bello sarebbe se, grazie all’informazione, ci si fermasse prima e non capitasse affatto.

Per quel che mi riguarda, i segnali, con il senno di poi, c’erano tutti e “il tipo” me li aveva spiattellati in faccia anche parecchio velocemente.

Quella sera io e lui ci siamo baciati circa un’ora dopo esserci presentati, mentre sorseggiavamo un drink dallo stesso bicchiere e fumavamo dalla stessa sigaretta. Ne sono rimasta ammaliata appena il suo sorriso ha incontrato il mio sguardo, appena le nostre mani si sono strette nel saluto formale di un “Ciao, piacere, come va?”. Evidentemente dalle espressioni senza filtri del mio volto sarà partito chiaro il messaggio: “Da dove è uscito questo, quanto mi piace!” e lui, scaltro, lo ha accolto prontamente.

I baci si alternavano alle parole che scivolavano tra noi leggere e giocose, tra una boccata di Marlboro Light e un sorso di spritz, come se non avessimo fatto altro fino a quel momento delle nostre vite. Non mi sembrava vero. I suoi occhi mi avevano disarmata, luccicavano come non avevo mai visto occhi luccicare.

«Sono emozionato – ripeteva – non mi era mai capitato nulla di simile prima d’ora, con nessun’altra». E facciamo promemoria di questa sua dichiarazione.

Era notte fonda quando siamo rientrati a casa, a lui però non era bastato quel tempo passato insieme, gli mancavo già da non poter resistere più un attimo senza me così abbiamo tirato fino all’alba chiacchierando al telefono. Ad ogni tentativo di chiudere la chiamata era un ripetersi di “attacca tu, no attacca tu” che nemmeno i testimonial della teleselezione della Sip a fine anni ’80. Ve li ricordate, “Ma quanto mi costi?”.

E quanto stava per costare a me questa storia!

Il giorno dopo ci immaginava sposati e non vedeva l’ora che accadesse. Mi descriveva il nostro matrimonio favoloso come se fossimo pronti ad organizzarlo. Il suo rammarico di non avermi incontrata prima della sua ex lo stava facendo ammattire.

Il terzo giorno si è presentato a casa mia per conoscere i miei genitori. Teneva a dimostrarmi che il progetto matrimoniale che disegnava con la fantasia era un desiderio da concretizzare a tutti i costi quanto prima.

Il quarto giorno mi amava alla follia: «Ti amo come fossi un quindicenne che scopre l’amore per la prima volta, non riesco più a vivere senza te». Memorizziamo anche questa frase.

Ora, in quanti starete pensando: “Credi pure a Babbo Natale, ancora”?

Beh, sì, avete ragione. In difesa del mio intuito, però, lasciatemi dire che in un primo momento i segnali li avevo pure colti. Nei brevi momenti di lucidità che mi attraversavano, il dubbio che tutto quell’amore non fosse possibile, vi assicuro, mi veniva. Ripassavo le dinamiche dei suoi comportamenti, della sua vita personale, anche le sue parole e ricordo che gli ripetevo spesso: «Tu non vuoi me, vuoi la “situazione”, ti serve proprio!».

La chiamavo “situazione”, non riuscivo a dare un nome a quel BOMBARDAMENTO D’AMORE. Intanto lui si considerava offeso e ferito nella sua sconfinata sensibilità per la mia mancanza di fiducia.

Mi allontanai. Avevo bisogno di respirare, di uscire da quel subbuglio mentale, di riprendermi la libertà con cui avevo sempre vissuto e di cui avevo sempre necessitato. Dopo soli quattro giorni, la sensazione era quella di aver consumato un legame di almeno quattro anni, di avere divorziato e poi di dover elaborare pure la separazione.

Me lo lasciò fare, sapeva bene che già vorticavo nella rete emotiva che mi aveva tessuto abilmente intorno alla velocità della luce.

Ero libera ma non troppo perché lui mi mancava. Questo amplificava la mia confusione.

È vero che la sua era stata una presenza da subito ingombrante ma era durata troppo poco per mancarmi così tanto. Com’era possibile?

Mi mancava essere guardata in quel modo che nessuno mai. Solo a Bradley Cooper ho visto fare un pochino meglio con Lady Ga Ga in “A star is born”.

Le perplessità che avevo su di lui, senza che me ne rendessi conto, le avevo rimbalzate su di me. A cosa mi serviva, in fondo, la libertà se lui mi mancava?

E se fossi stata davvero io l’ingrata a non apprezzare abbastanza la fortuna di aver incontrato uno come lui? E se mi stavo lasciando scappare il mio Jack Maine? E se stavo dando un calcio alla mia favola? E se… L’ho cercato.

Venti giorni dopo è cominciata la nostra convivenza, il ventunesimo giorno il mio incubo.

“La situazione” il nome ce l’aveva, ce l’ha ed è “Love bombing”.

Puntata_1_LOVEBOMBING

«Il love bombing – spiega ancora la Dottoressa Napolitano – è un gioco manipolatorio molto raffinato tipico dei narcisisti. Si tratta di una trappola emotiva messa in atto nella fase del corteggiamento caratterizzata da passione travolgente, telefonate infinite, messaggi a tutte le ore, complimenti finalizzati a far sentire la “preda” unica e speciale.  La verità è che dopo aver sedotto con promesse di amore incondizionato, il manipolatore, soddisfatto il suo ego carico di vanità ed approvazione, svela il suo tranello rivelandosi un potente abusante».

È importante porsi continue domande su ciò che accade, chiedersi se si è capito bene quello che ci è stato detto dal partner. I dubbi e l’insicurezza costante sono già tutti campanelli d’allarme… amare non è essere sottomessi, essere in confusione, essere manipolati».

«Nelle relazioni tossiche nulla, nemmeno per un attimo, si fa per il bene dell’altro. Dall’iniziale adulazione del “love bombing” che porta all’isolamento, alle strategie manipolative ed intimidatorie per tenere la preda “al suo posto”. Tutto mira a soddisfare il bisogno di potere e controllo del manipolatore affettivo. Questa è la realtà che dobbiamo affrontare e non restare prigionieri di una pericolosa illusione».

Il Love Bombing è, dunque, la tattica primordiale di cui si serve il narcisista per soggiogare la preda. Nei prossimi gironi conosceremo le altre principali tecniche manipolative con cui opera lo stratega narcisista ma sempre con un riflettore puntato su questa del bombardamento d’amore.

Post-it: Intanto riflettiamoci, se non siamo i protagonisti di una commedia rosa, in cui tutto per esigenza di trama e tempi deve accadere in un week end, si può mai amare qualcuno dopo pochi giorni o addirittura dopo pochi istanti?

Nel caso stessimo pensando “E il colpo di fulmine, allora?!”

Proviamo a restare razionali, quello esiste, certo, ma è un processo chimico che avviene nel nostro cervello e nel nostro corpo, è pura attrazione fisica e il più delle volte ha vita breve. Proviamo a non confondere la sensazione di innamoramento reciproco improvviso con l’amore