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“Controllo e Svalutazione”

Sesto Girone

“Controllo e Svalutazione”

Erano le due di notte, ero al buio seduta alla scrivania, solo la luce bianca di una lampada faceva da occhio di bue al computer. Scrivevo un articolo da aggiungere agli altri affinché, a fine percorso, potessi iscrivere il mio nome all’albo dei giornalisti.

 

La scrittura mi accompagna sin da piccola, è una necessità fisiologica prima ancora che una passione. Mia imprescindibile migliore amica, le ho affidato le mie più intime confidenze, è lei da sempre e per sempre il mio sostegno quando ho sentito e ancora sento l’esigenza di scavare nelle mie emozioni ed estrarne i sentimenti.

 

Il traguardo era il tesserino, era un mio pallino da tempo, non avrei pensato si potesse concretizzare e invece… Ormai da un po’ scrivevo e firmavo pezzi da quasi professionista e finalmente avrei potuto realizzare il mio desiderio ma in una relazione piena solo del mio principe aguzzino, io rubavo scampoli di tempo da dedicare al mio obiettivo. Quando mi riusciva.

 

Mentre ero assorta nelle parole che si materializzavano veloci sul foglio del word, d’un tratto sobbalzai dalla sedia, era quello là entrato in stanza a farmi sentire la sua roboante presenza nonostante mi girasse intorno in assoluto silenzio. Nella mia testa, però, si faceva sempre più nitida la musica de “Lo squalo”: “dam dam dam dam…”, riuscite a sentirla anche voi?

 

«E’ un’intervista a un cantante», ha bisbigliato la mia voce quando lui si è affacciato nel monitor del portatile con quegli occhi, ormai familiari, che avrebbero intimorito il demonio.

Nessuna sua parola, non un cenno, solo la sensazione di gelo che avvertivo ogni qualvolta preavvisavo l’imminente tempesta che mi avrebbe travolta.

 

Post-it: Il cervello di un manipolatore affettivo vive in stato di premeditazione perenne, (questa più che l’introduzione di un “post-it” sembra quella di una puntata di “Superquark”) pertanto ogni occasione, ogni azione della partner sono appetibili fonti da cui attingere per dare origine a un nuovo colpo da mettere a segno. Ci riesce sempre, lui sa dove e come colpire, ricordiamoci che conosce tutto di noi, soprattutto i punti deboli, ci ha studiate sapientemente già durante la fase ammaliante del Love Bombing. Ecco perché la prevenzione è importante, ora sappiamo che lì sono racchiusi la maggior parte dei campanelli d’allarme.

 

 

Erano passati due giorni dalla notte de “Lo squalo” quando, rientrata a casa, sulla mia scrivania troneggiava spavaldo un pc fisso con un monitor gigante al posto del mio portatile d’argento.

Lui me lo mostrò con quel ghigno maligno che nemmeno se si fosse sforzato tanto avrebbe potuto assomigliare vagamente a un sorriso.

 

«Cos’è questo coso? Dov’è il mio computer?», ho chiesto sconcertata.

«E’ questo il tuo computer!». Ha risposto secco e seccato.

«Non è il mio, non ci sono le mie cose qui dentro e non lo so usare!». Ho osato ribattere più secca di lui e sull’ultima affermazione anche Carrie Bradshaw mi avrebbe compresa appieno.

«Le tue cose non ci sono più, non esistono più!». Eccolo lì di nuovo, Jack Nicholson sulla locandina di Shining. Uguale, anzi no, peggio.

 

Un computer nuovo, vuoto e non predisposto alla connessione Wi-Fi. Abbiamo letto bene, sì, NON predisposto alla connessione Wi-Fi. Dall’alto della mia ignoranza tecnologica non pensavo neppure che esistessero dispositivi con tale opzione, adesso è paradossalmente questa la vera fantascienza.

Ancora una volta impietrita stentavo a capacitarmi che “quella cosa” stesse accadendo realmente. Aveva resettato la mia vita e l’aveva riprogrammata a suo abuso e consumo. Gli restava ancora da resettare il pc, non ci avevo pensato, l’unica cosa rimasta solo mia.

Fatto.

 

A lui, naturalmente, ancora non bastava vedermi sgomenta, nel vortice del vuoto più tetro, aveva bisogno di alzare l’asticella del suo godimento ancora più in alto.

Ha attaccato, dunque, con una delle sue performance migliori, sono sicura fosse anche la sua preferita, si percepiva dalla fierezza che gli si spalmava spocchiosa sulla faccia: i monologhi atti ad infierire senza alcuno scrupolo.

 

«Vuole fare la giornalista, adesso la chiama a scrivere Vanity Fair!» e qui la sua risata si è fatta chiara, sarcastica, fragorosa, denigrante.

«Pensa alle cose serie invece delle solite stupidaggini». Indicandomi quel “coso” asettico più anaffettivo di lui.

«Sei solo un’infantile, tutto quello che vuoi fare tu sono solo stronzate. Non sei nessuno e non sarai mai nessuno, che ti sei messa in testa, non scriverai mai!» sentenziò con tutta la cattiveria che aveva in corpo.

 

Post-it: per i narcisisti patologici la sofferenza provocataci non sarà mai abbastanza. Le nostre reazioni, qualunque tipo di reazione, sono linfa vitale per il loro ego fallito e frustrato sotto mentite spoglie di onnipotente. Nel loro DNA non esiste una sola cellula che contenga empatia, anzi, arrecarci dolore è la loro priorità vitale, tant’è vero che più saremo disperate più sarà grande il loro piacere.

Ma tutto questo non dovrebbe farci solo desiderare di scappare il più lontano possibile da questi individui, invece di restare a farci massacrare?!

 

A questo punto del manuale lo sappiamo che, in teoria, la parola magica è “razionalità”, se riuscissimo a metterla anche in pratica ci renderemmo conto che, in realtà, l’arma più letale per colpire e affondare ce l’abbiamo noi e non loro: l’indifferenza.

 

Se esiste qualcosa che possa minare il controllo totale sulla nostra vita o che possa solo distogliere la nostra attenzione dalla loro persona, allora quella cosa va disintegrata quanto prima.

Hanno il bisogno smisurato di essere il fulcro della nostra esistenza, proprio come hanno fatto con noi nel “love bombing”.

 

Riflettiamoci insieme. È vero che ci sentivamo al centro del mondo quando loro si sono insinuati amorevol-Mente in tutte le aree della nostra quotidianità?

Immaginiamo quei giorni da sogno come fossero un tutorial personalizzato montato ad arte per noi. Durante il bombardamento d’amore, quando ipnotizzate dal suono dei violini come fossimo serpenti al cospetto degli incantatori, i manipolatori ci stanno indottrinando su come ricambiare una volta che loro avranno gettato la maschera.

 

E se il controllo è il primo intento che hanno, il secondo è quello di annientarci. Le tecniche con cui mettono in atto il maleficio premeditato stiamo scoprendo essere varie, tra queste c’è anche la svalutazione. Controllo e svalutazione, una combo micidiale.

 

Ivana Napolitano ci spiega le dinamiche del controllo e la svalutazione in una relazione tossica.

 

«In una relazione tossica il manipolatore risulta ipercontrollante nei riguardi della sua partner in quanto, per poter agire machiavellicamente e strategicamente deve evitare che qualcosa esuli dal suo dominio, impone infatti il suo pensiero in ogni aspetto della vita della sua donna.

 

Lo stile di tali relazioni patologiche è dispotico e repressivo: il manipolatore limita la sua donna, la schiaccia, la deprime rendendola dipendente e poco intraprendente, incapace di reagire alle ingiustizie ed ha il solo obiettivo di indurla ad accettare i suoi dettami, la sua volontà totalitaria.

 

Dopo il corteggiamento spietato del love bombing il manipolatore cambia gioco. La persona che inizialmente era sembrata come il “Salvatore”, l’amore tanto atteso di una vita, l’uomo speciale, dopo poco è la stessa che maltratta, mente, annienta la sua e solo sua isolata donna.

Il manipolatore di solito possiede un falso “sé”, per sopravvivere psicologicamente ha bisogno dell’altro e della sua costante approvazione, tutto ciò che crea è menzognero e sostenuto dalla sua incapacità di provare sentimenti autentici. La sua “preda” ha due funzioni precise: sostenere il suo precario “ego” con annessi imposti e incondizionati e rappresentare il contenitore delle sue frustrazioni dove egli proietterà, con cattiveria e rabbia, offese e denigrazioni, sentimenti intollerabili quando rivolti a sé stesso»

 

 

Difatti mi definivo il suo “sfogatoio”.

 

 

Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente.”

                                                                                                                (Dalai Lama)                              

 

Della citazione del Dalai Lama dovremmo farne un mantra fino a non permettere tassativamente di essere l’indifferenziata di questi soggetti patologici. Memorandum valido non solo per le relazioni sentimentali trattate qui nel manuale ma anche in quelle familiari, lavorative e di amicizia trattate nel blog www.amorevolmente.com.

 

In ogni caso, ho passato i giorni successivi all’arrivo del gigante asettico sulla scrivania a fare la caccia al tesoro. Perlustravo la casa da cima a fondo, mi alzavo di notte per cercarlo ma del mio computer nemmeno l’ombra.

 

“Aaah, lo sgabuzzino!”, perché mai non ho pensato allo sgabuzzino?!

 

Niente, nemmeno lì. Quanta rabbia, quanta frustrazione. Ho alzato gli occhi al cielo, più per sconfitta che per intuizione, ed eccola, la tracolla della “sobria” borsa fucsia, che custodiva il mio pc, venutami in soccorso penzolando in un piccolo lembo dallo scaffale più alto, raggiungibile solo con lo scaletto.

 

Sollievo, orrore e felicità, si abbracciavano e si scazzottavano, allo stesso tempo, nel mio cuore e nella mia testa mentre ripercorrevo a ritroso l’intera storia con il tipo come succede nei film.

No, no e no, l’attrice protagonista non potevo, non dovevo e non volevo più essere io.

Nelle sue mani ero diventata questo, insieme all’unica cosa che mi apparteneva, un oggetto da mettere via, sullo scaffale più alto, quello su cui ammuffirà per sempre la roba inutile.

Non so per quanto tempo sia rimasta con il naso in su a fissare quel cumulo di “nulla” che nascondeva, non del tutto, il mio tesoro.

Ero stata ancora una volta umiliata, derisa, svilita e da chi poi? Da uno che a conti fatti si sentiva più fallito di me e a cui ho permesso di camuffarsi da Dio.

Come avevo potuto permettere e accettare quelle pazzie da un essere così infimo?

In quel preciso istante sono stata schiaffeggiata e riportata alla realtà dai miei lucidi “che cazzo ci faccio ancora qui?!”.

 

In quel preciso istante ho ridimensionato il padrone abusivo della mia vita a ciò che era realmente: NIENTE.

 

È stato in quel preciso istante che ho deciso che presto sarei scappata via da quella casa.

E così è stato.

 

Vanity Fair non è mai stato nei miei piani come di sicuro non sarò mai nessuno se non, semplicemente, Vanna Morra ma oggi scrivo da giornalista e la scrittura è diventata una delle mie professioni.

Sesto Girone

“Controllo e Svalutazione”

Erano le due di notte, ero al buio seduta alla scrivania, solo la luce bianca di una lampada faceva da occhio di bue al computer. Scrivevo un articolo da aggiungere agli altri affinché, a fine percorso, potessi iscrivere il mio nome all’albo dei giornalisti.

 

La scrittura mi accompagna sin da piccola, è una necessità fisiologica prima ancora che una passione. Mia imprescindibile migliore amica, le ho affidato le mie più intime confidenze, è lei da sempre e per sempre il mio sostegno quando ho sentito e ancora sento l’esigenza di scavare nelle mie emozioni ed estrarne i sentimenti.

 

Il traguardo era il tesserino, era un mio pallino da tempo, non avrei pensato si potesse concretizzare e invece… Ormai da un po’ scrivevo e firmavo pezzi da quasi professionista e finalmente avrei potuto realizzare il mio desiderio ma in una relazione piena solo del mio principe aguzzino, io rubavo scampoli di tempo da dedicare al mio obiettivo. Quando mi riusciva.

 

Mentre ero assorta nelle parole che si materializzavano veloci sul foglio del word, d’un tratto sobbalzai dalla sedia, era quello là entrato in stanza a farmi sentire la sua roboante presenza nonostante mi girasse intorno in assoluto silenzio. Nella mia testa, però, si faceva sempre più nitida la musica de “Lo squalo”: “dam dam dam dam…”, riuscite a sentirla anche voi?

 

«E’ un’intervista a un cantante», ha bisbigliato la mia voce quando lui si è affacciato nel monitor del portatile con quegli occhi, ormai familiari, che avrebbero intimorito il demonio.

Nessuna sua parola, non un cenno, solo la sensazione di gelo che avvertivo ogni qualvolta preavvisavo l’imminente tempesta che mi avrebbe travolta.

 

Post-it: Il cervello di un manipolatore affettivo vive in stato di premeditazione perenne, (questa più che l’introduzione di un “post-it” sembra quella di una puntata di “Superquark”) pertanto ogni occasione, ogni azione della partner sono appetibili fonti da cui attingere per dare origine a un nuovo colpo da mettere a segno. Ci riesce sempre, lui sa dove e come colpire, ricordiamoci che conosce tutto di noi, soprattutto i punti deboli, ci ha studiate sapientemente già durante la fase ammaliante del Love Bombing. Ecco perché la prevenzione è importante, ora sappiamo che lì sono racchiusi la maggior parte dei campanelli d’allarme.

 

 

Erano passati due giorni dalla notte de “Lo squalo” quando, rientrata a casa, sulla mia scrivania troneggiava spavaldo un pc fisso con un monitor gigante al posto del mio portatile d’argento.

Lui me lo mostrò con quel ghigno maligno che nemmeno se si fosse sforzato tanto avrebbe potuto assomigliare vagamente a un sorriso.

 

«Cos’è questo coso? Dov’è il mio computer?», ho chiesto sconcertata.

«E’ questo il tuo computer!». Ha risposto secco e seccato.

«Non è il mio, non ci sono le mie cose qui dentro e non lo so usare!». Ho osato ribattere più secca di lui e sull’ultima affermazione anche Carrie Bradshaw mi avrebbe compresa appieno.

«Le tue cose non ci sono più, non esistono più!». Eccolo lì di nuovo, Jack Nicholson sulla locandina di Shining. Uguale, anzi no, peggio.

 

Un computer nuovo, vuoto e non predisposto alla connessione Wi-Fi. Abbiamo letto bene, sì, NON predisposto alla connessione Wi-Fi. Dall’alto della mia ignoranza tecnologica non pensavo neppure che esistessero dispositivi con tale opzione, adesso è paradossalmente questa la vera fantascienza.

Ancora una volta impietrita stentavo a capacitarmi che “quella cosa” stesse accadendo realmente. Aveva resettato la mia vita e l’aveva riprogrammata a suo abuso e consumo. Gli restava ancora da resettare il pc, non ci avevo pensato, l’unica cosa rimasta solo mia.

Fatto.

 

A lui, naturalmente, ancora non bastava vedermi sgomenta, nel vortice del vuoto più tetro, aveva bisogno di alzare l’asticella del suo godimento ancora più in alto.

Ha attaccato, dunque, con una delle sue performance migliori, sono sicura fosse anche la sua preferita, si percepiva dalla fierezza che gli si spalmava spocchiosa sulla faccia: i monologhi atti ad infierire senza alcuno scrupolo.

 

«Vuole fare la giornalista, adesso la chiama a scrivere Vanity Fair!» e qui la sua risata si è fatta chiara, sarcastica, fragorosa, denigrante.

«Pensa alle cose serie invece delle solite stupidaggini». Indicandomi quel “coso” asettico più anaffettivo di lui.

«Sei solo un’infantile, tutto quello che vuoi fare tu sono solo stronzate. Non sei nessuno e non sarai mai nessuno, che ti sei messa in testa, non scriverai mai!» sentenziò con tutta la cattiveria che aveva in corpo.

 

Post-it: per i narcisisti patologici la sofferenza provocataci non sarà mai abbastanza. Le nostre reazioni, qualunque tipo di reazione, sono linfa vitale per il loro ego fallito e frustrato sotto mentite spoglie di onnipotente. Nel loro DNA non esiste una sola cellula che contenga empatia, anzi, arrecarci dolore è la loro priorità vitale, tant’è vero che più saremo disperate più sarà grande il loro piacere.

Ma tutto questo non dovrebbe farci solo desiderare di scappare il più lontano possibile da questi individui, invece di restare a farci massacrare?!

 

A questo punto del manuale lo sappiamo che, in teoria, la parola magica è “razionalità”, se riuscissimo a metterla anche in pratica ci renderemmo conto che, in realtà, l’arma più letale per colpire e affondare ce l’abbiamo noi e non loro: l’indifferenza.

 

Se esiste qualcosa che possa minare il controllo totale sulla nostra vita o che possa solo distogliere la nostra attenzione dalla loro persona, allora quella cosa va disintegrata quanto prima.

Hanno il bisogno smisurato di essere il fulcro della nostra esistenza, proprio come hanno fatto con noi nel “love bombing”.

 

Riflettiamoci insieme. È vero che ci sentivamo al centro del mondo quando loro si sono insinuati amorevol-Mente in tutte le aree della nostra quotidianità?

Immaginiamo quei giorni da sogno come fossero un tutorial personalizzato montato ad arte per noi. Durante il bombardamento d’amore, quando ipnotizzate dal suono dei violini come fossimo serpenti al cospetto degli incantatori, i manipolatori ci stanno indottrinando su come ricambiare una volta che loro avranno gettato la maschera.

 

E se il controllo è il primo intento che hanno, il secondo è quello di annientarci. Le tecniche con cui mettono in atto il maleficio premeditato stiamo scoprendo essere varie, tra queste c’è anche la svalutazione. Controllo e svalutazione, una combo micidiale.

 

Ivana Napolitano ci spiega le dinamiche del controllo e la svalutazione in una relazione tossica.

 

«In una relazione tossica il manipolatore risulta ipercontrollante nei riguardi della sua partner in quanto, per poter agire machiavellicamente e strategicamente deve evitare che qualcosa esuli dal suo dominio, impone infatti il suo pensiero in ogni aspetto della vita della sua donna.

 

Lo stile di tali relazioni patologiche è dispotico e repressivo: il manipolatore limita la sua donna, la schiaccia, la deprime rendendola dipendente e poco intraprendente, incapace di reagire alle ingiustizie ed ha il solo obiettivo di indurla ad accettare i suoi dettami, la sua volontà totalitaria.

 

Dopo il corteggiamento spietato del love bombing il manipolatore cambia gioco. La persona che inizialmente era sembrata come il “Salvatore”, l’amore tanto atteso di una vita, l’uomo speciale, dopo poco è la stessa che maltratta, mente, annienta la sua e solo sua isolata donna.

Il manipolatore di solito possiede un falso “sé”, per sopravvivere psicologicamente ha bisogno dell’altro e della sua costante approvazione, tutto ciò che crea è menzognero e sostenuto dalla sua incapacità di provare sentimenti autentici. La sua “preda” ha due funzioni precise: sostenere il suo precario “ego” con annessi imposti e incondizionati e rappresentare il contenitore delle sue frustrazioni dove egli proietterà, con cattiveria e rabbia, offese e denigrazioni, sentimenti intollerabili quando rivolti a sé stesso»

 

 

Difatti mi definivo il suo “sfogatoio”.

 

 

Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente.”

                                                                                                                (Dalai Lama)                              

 

Della citazione del Dalai Lama dovremmo farne un mantra fino a non permettere tassativamente di essere l’indifferenziata di questi soggetti patologici. Memorandum valido non solo per le relazioni sentimentali trattate qui nel manuale ma anche in quelle familiari, lavorative e di amicizia trattate nel blog www.amorevolmente.com.

 

In ogni caso, ho passato i giorni successivi all’arrivo del gigante asettico sulla scrivania a fare la caccia al tesoro. Perlustravo la casa da cima a fondo, mi alzavo di notte per cercarlo ma del mio computer nemmeno l’ombra.

 

“Aaah, lo sgabuzzino!”, perché mai non ho pensato allo sgabuzzino?!

 

Niente, nemmeno lì. Quanta rabbia, quanta frustrazione. Ho alzato gli occhi al cielo, più per sconfitta che per intuizione, ed eccola, la tracolla della “sobria” borsa fucsia, che custodiva il mio pc, venutami in soccorso penzolando in un piccolo lembo dallo scaffale più alto, raggiungibile solo con lo scaletto.

 

Sollievo, orrore e felicità, si abbracciavano e si scazzottavano, allo stesso tempo, nel mio cuore e nella mia testa mentre ripercorrevo a ritroso l’intera storia con il tipo come succede nei film.

No, no e no, l’attrice protagonista non potevo, non dovevo e non volevo più essere io.

Nelle sue mani ero diventata questo, insieme all’unica cosa che mi apparteneva, un oggetto da mettere via, sullo scaffale più alto, quello su cui ammuffirà per sempre la roba inutile.

Non so per quanto tempo sia rimasta con il naso in su a fissare quel cumulo di “nulla” che nascondeva, non del tutto, il mio tesoro.

Ero stata ancora una volta umiliata, derisa, svilita e da chi poi? Da uno che a conti fatti si sentiva più fallito di me e a cui ho permesso di camuffarsi da Dio.

Come avevo potuto permettere e accettare quelle pazzie da un essere così infimo?

In quel preciso istante sono stata schiaffeggiata e riportata alla realtà dai miei lucidi “che cazzo ci faccio ancora qui?!”.

 

In quel preciso istante ho ridimensionato il padrone abusivo della mia vita a ciò che era realmente: NIENTE.

 

È stato in quel preciso istante che ho deciso che presto sarei scappata via da quella casa.

E così è stato.

 

Vanity Fair non è mai stato nei miei piani come di sicuro non sarò mai nessuno se non, semplicemente, Vanna Morra ma oggi scrivo da giornalista e la scrittura è diventata una delle mie professioni.

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“Il silenzio punitivo”

Quinto Girone

“Il silenzio punitivo”

Qualche giorno fa io e le mie amiche, sotto il calore dei funghi a gas nella sala di un bar, tra biscotti e cioccolate calde, ci confrontavamo su quello che diventa, ogni volta, l’immancabile tema di punta delle nostre chiacchierate: gli uomini e i loro strambi atteggiamenti. La scena e l’atmosfera fanno molto “Sex and the city” e, ammetto, che è così che mi sento (voi no?!) quando mi ritrovo con le mie ragazze a scambiarci aneddoti e storie, attuali e passate, che hanno per protagonisti volubili personaggi maschili. Ognuna di noi, seppure con percorsi differenti, ha un ricco curriculum sentimentale da spavento.

“Chi non ce l’ha?!” starete pensando, avete ragione, siamo qui proprio per questo motivo.

 

Ritornando alla “riunione” dell’altro giorno, i toni della conversazione erano ironici e leggeri, ormai poche cose ancora ci meravigliano anzi ci scherziamo anche su, ciononostante, si sono fatti più seri quando “R” ha catturato la nostra attenzione con:

«Sapete cosa mi faceva stare veramente male quando stavo insieme al mio ex? Il suo silenzio. Non era nemmeno un silenzio, era il mutismo più assoluto, riusciva a stare zitto anche per settimane, come se io non esistessi e credo che fosse una forma di manipolazione».

 

“Din, din, din…”, campanello d’allarme.

 

Tuttavia, “C” e “A” obiettavano sulla questione manipolativa:

«Beh, poteva semplicemente non avere voglia di discutere, non è che ora siano tutti narcisisti patologici», hanno ribattuto d’accordo.

«No, non potete comprendere quanto fosse terribile quel silenzio e come mi faceva sentire o forse io non so spiegarvelo», ha continuato “R”.

 

Io ero esattamente nel mezzo delle due teorie. È vero, il non voler discutere è legittimo e non deve essere bollato in automatico come una tecnica manipolativa, così come gli stronzi non sono per forza narcisisti ma semplicemente stronzi e basta. È anche vero, però, che mi sia immedesimata nei silenzi di cui parlava “R” e, narcisismo o meno, ho compreso benissimo la sofferenza che cercava di spiegare.

 

Lo ricordo bene il primo “trattamento del silenzio” ricevuto, stentavo a credere che lo stessi vivendo sul serio. Possibile che non avessi compreso bene quanto fosse importante per lui la cottura di quei cazzo di gamberetti?

 

Li cucinò per me in una notte d’estate perché sapeva fossero il mio piatto preferito, mentre io apparecchiavo un’impeccabile tavola sul terrazzo degna di “Cortesie per gli ospiti”, Csaba sarebbe stata molto fiera di me. Le candele, intanto, bruciavano lasciando nell’aria quella scia di vaniglia che adoro tanto.

Wow, da sogno, vero?! Li sentite i violini?

 

Eh no, chiedo scusa ma vi devo riportare immediatamente alla realtà! Primo perché l’odore della citronella si mise a battagliare con quello della vaniglia avendo la meglio e poi perché le prospettive di una cena romantica si disintegrarono al quarto gamberetto. Ne mangiai uno e mi complimentai per quanto fosse buono, con il secondo ribadii il mio piacere. Al terzo, pensai di poter cambiare argomento ma mi fece notare quanto fosse stato bravo nell’impiattamento e quindi concordai con lui anche sulle ineccepibili qualità estetiche. Al quarto gamberetto: “Apocalypse Now!”.

 

«Ma non mi dici niente, non ti piacciono?», mi disse con tono sprezzante. Citronella e vaniglia messe K.O. dai fulmini e saette lanciati dai suoi occhi malvagi, si stava trasformando in non so chi o cosa.

«Come, non ti dico niente?», ero basita.

«Te lo sto dicendo ad ogni boccone!», ho continuato accennando comunque un sorriso, “starà scherzando” pensavo, anche se per la prima volta il suo sguardo mi faceva paura.

«Ma non hai detto niente sulla cottura». La sua voce mi pietrificò.

«La cottura è l’aspetto più importante della cucina e tu non dici nulla, non ti sei accorta che sono cotti alla perfezione?» Continuava a ruota libera lui, io lo fissavo nello sconcerto più totale.

 

Post-it: Ricordiamoci che i narcisisti sono assolutamente perfetti in ogni cosa e se lo ripetono da soli come un mantra. Naturalmente non è così. Buona parte di loro è seriamente convinta di esserlo, l’altra parte, invece, sa bene di non esserlo affatto. In ogni caso, entrambe le categorie hanno bisogno di autoconvincersi e soprattutto di convincere noi che sia così. Il loro cervello, di conseguenza, non contempla minimamente il fatto di non essere adorati per tutto ciò che sono e che fanno.

 

Non sapevo dove stesse andando a parare né tantomeno comprendevo per quale ragione fosse così fuori di sé, visti i complimenti che gli avevo fatto. Glieli avevo fatti, giusto? Ero di nuovo disorientata.

Loro hanno la capacità di ribaltarti il cervello in un nanosecondo.

 

«Sei un’ingrata! Ho cucinato per te, il tuo piatto preferito, e neanche un briciolo di apprezzamento merito?»

 

Stava avvenendo per davvero quell’allucinante “conversazione”? Ad ogni modo, dalle parole ai fatti, fuori di sé lanciò con veemenza le posate nel piatto lasciandomi subito dopo da sola, a tavola, in uno stato confusionale in balia del terrazzo che prese a girarmi intorno.

Vivevamo nella stessa casa, mi ha rivolto il primo sguardo e la prima parola dopo sei giorni.

Li contavo.

 

In quel lasso di tempo fatto di silenzio cosmico, che ho percepito come interminabile, non intuivo nemmeno lontanamente che pena stessi scontando. All’inizio mi sono anche sfiancata a chiedere, a cercare di estorcergli una spiegazione, niente, lui imperturbabile nel suo mutismo, io umiliata non esistevo. Così mi sono rassegnata e ho atteso l’assoluzione dei peccati, divorata da un senso di frustrazione e vuoto mai provato prima.

 

Ovviamente quando ha ricominciato a parlarmi è stato solo per riprendere la comunicazione dal punto in cui l’aveva interrotta, accusandomi ancora della mia ingratitudine, vomitandomi addosso tutto quello che lui faceva per me senza essere ammirato adeguatamente ferendo, così, con non curanza la sua infinita sensibilità.

 

Mi è appena scappato un sorriso ora, ironico, certo. Credetemi, pur sforzandomi, non ricordo una sola cosa bella fatta per me se non per il meschino gusto di rovinarmela prima, durante o un attimo dopo. Atteggiamento che trova spiegazione perversa in un’altra tecnica manipolativa e che pure scopriremo più avanti.

 

Post-it: I litigi e, di conseguenza, i silenzi punitivi sono sempre meticolosamente premeditati e strutturati ad hoc, come nei più efficaci piani editoriali. Il loro successo sta nel fatto che sono strategicamente innescati o nel corso del “love bombing” o subito dopo, periodo in cui noi siamo cotte a puntino, io lo ero sicuramente più dei gamberetti… oh, che non ho più mangiato!

 

Ed eccola qui la campana d’allarme con tutto il campanaro.

Ragioniamo. Cambiano gli episodi ma le motivazioni che scatenano “il gioco del silenzio” si basano sempre e solo sul nulla.

 

Razionalizziamo, razionalizziamo sempre. È l’unica chiave che apre la porta per venire fuori dal castello degli incubi e anche l’unico mezzo che possa permetterci di ridimensionare “la grandiosità” del personaggio che ci ha raggirato. Grandiosità che, ora sappiamo, si è appioppato da solo.

Riflettiamo. Se non fossimo totalmente ipnotizzate dal principe abusante, dopo un episodio così futile, il personaggio uscirebbe da quella porta a suon di calci nel sedere, di certo non stazionerebbe in casa con noi, tronfio e gongolante, a godersi il successo del colpo affondato.

 

Quando ci troviamo di fronte a dinamiche così destabilizzanti dovremmo fermarci e cercare a tutti i costi di fare appello alla nostra, anche poca, lucidità affinché ci riporti a ragionare prima di avanzare nel “labirinto dei perché”. I “perché” non esistono, sono solo frutto del piano diabolico del narcisista patologico.

 

Nei fatti sarebbe molto più semplice di quanto sembri, prendiamo ad esempio la celebre citazione del film “La verità è che non gli piaci abbastanza”.

In una scena al bancone del bar, Alex si rivolge a Gìgì dicendole: “Fidati, se un uomo ti tratta come se non gliene fregasse un cazzo di te, non gliene frega un cazzo di te davvero!”.

 

Dunque, per logica, aggiungiamoci anche questa: “Se in un litigio con reazioni spropositate ci sembra che non ci sia un valido motivo, quel motivo valido non c’è davvero.”

 

Ivana Napolitano ci spiega che il silenzio punitivo rappresenta una potente forma di manipolazione all’interno delle relazioni tossiche. Identificato in psicologia come atteggiamento passivo aggressivo, il silenzio come “punizione” viene utilizzato per far fronte alla rabbia. I manipolatori tollerano poco e male le frustrazioni, basta una parola “fuori posto”, un commento non gradito, un gesto o addirittura uno sguardo non approvato per minare il loro grandioso ego e per dare sfogo alla rabbia e alla ferita narcisista che tale “sfregio” ha inflitto. Spesso interrompono ogni forma di comunicazione con il/la partner, colpevole di non aver valorizzato in maniera adeguata il loro valore, appunto, scelgono il silenzio senza che l’altro abbia la possibilità di comprendere cosa sia successo. In realtà, ripudiano il confronto, non essendo capaci di sostenerlo. Il silenzio è un’arma micidiale che lascia chi lo subisce in una condizione di ansia e confusione, è un atto violento che reiterato nel tempo può causare danni psicofisici molto gravi.

 

Ma perché lo fanno? Cosa ci vogliono dire con il trattamento del silenzio?

Lo scopo è sempre lo stesso, avere il controllo di su di noi e ci stanno dicendo, in pratica, che noi esistiamo solo se e quando loro lo decidono.

 

Post-it: Qui rafforziamo ulteriormente il concetto che una relazione tossica non sia fatta propriamente da una vittima e un carnefice, come abbiamo visto nel girone precedente, anche quel “tossica” ci dice chiaramente qualcosa.

I protagonisti di tale relazione sono pari a una drogata e al suo pusher di fiducia, dipendenti entrambi l’uno dall’altra, bisognosi entrambi l’uno dell’altra.

 

Per il narcisista “il silenzio punitivo” è il primo vero test per mettere alla prova la “prescelta” e analizzarne il grado dipendenza attraverso l’entità del malessere che le provoca tale trattamento.

Dopodiché avrà il pieno controllo non solo sulla partner ma anche sulle “dosi silenti” da somministrare. Lui sa di essere la droga di lei e il silenzio messo in atto è la sua l’astinenza.

Quinto Girone

“Il silenzio punitivo”

Qualche giorno fa io e le mie amiche, sotto il calore dei funghi a gas nella sala di un bar, tra biscotti e cioccolate calde, ci confrontavamo su quello che diventa, ogni volta, l’immancabile tema di punta delle nostre chiacchierate: gli uomini e i loro strambi atteggiamenti. La scena e l’atmosfera fanno molto “Sex and the city” e, ammetto, che è così che mi sento (voi no?!) quando mi ritrovo con le mie ragazze a scambiarci aneddoti e storie, attuali e passate, che hanno per protagonisti volubili personaggi maschili. Ognuna di noi, seppure con percorsi differenti, ha un ricco curriculum sentimentale da spavento.

“Chi non ce l’ha?!” starete pensando, avete ragione, siamo qui proprio per questo motivo.

 

Ritornando alla “riunione” dell’altro giorno, i toni della conversazione erano ironici e leggeri, ormai poche cose ancora ci meravigliano anzi ci scherziamo anche su, ciononostante, si sono fatti più seri quando “R” ha catturato la nostra attenzione con:

«Sapete cosa mi faceva stare veramente male quando stavo insieme al mio ex? Il suo silenzio. Non era nemmeno un silenzio, era il mutismo più assoluto, riusciva a stare zitto anche per settimane, come se io non esistessi e credo che fosse una forma di manipolazione».

 

“Din, din, din…”, campanello d’allarme.

 

Tuttavia, “C” e “A” obiettavano sulla questione manipolativa:

«Beh, poteva semplicemente non avere voglia di discutere, non è che ora siano tutti narcisisti patologici», hanno ribattuto d’accordo.

«No, non potete comprendere quanto fosse terribile quel silenzio e come mi faceva sentire o forse io non so spiegarvelo», ha continuato “R”.

 

Io ero esattamente nel mezzo delle due teorie. È vero, il non voler discutere è legittimo e non deve essere bollato in automatico come una tecnica manipolativa, così come gli stronzi non sono per forza narcisisti ma semplicemente stronzi e basta. È anche vero, però, che mi sia immedesimata nei silenzi di cui parlava “R” e, narcisismo o meno, ho compreso benissimo la sofferenza che cercava di spiegare.

 

Lo ricordo bene il primo “trattamento del silenzio” ricevuto, stentavo a credere che lo stessi vivendo sul serio. Possibile che non avessi compreso bene quanto fosse importante per lui la cottura di quei cazzo di gamberetti?

 

Li cucinò per me in una notte d’estate perché sapeva fossero il mio piatto preferito, mentre io apparecchiavo un’impeccabile tavola sul terrazzo degna di “Cortesie per gli ospiti”, Csaba sarebbe stata molto fiera di me. Le candele, intanto, bruciavano lasciando nell’aria quella scia di vaniglia che adoro tanto.

Wow, da sogno, vero?! Li sentite i violini?

 

Eh no, chiedo scusa ma vi devo riportare immediatamente alla realtà! Primo perché l’odore della citronella si mise a battagliare con quello della vaniglia avendo la meglio e poi perché le prospettive di una cena romantica si disintegrarono al quarto gamberetto. Ne mangiai uno e mi complimentai per quanto fosse buono, con il secondo ribadii il mio piacere. Al terzo, pensai di poter cambiare argomento ma mi fece notare quanto fosse stato bravo nell’impiattamento e quindi concordai con lui anche sulle ineccepibili qualità estetiche. Al quarto gamberetto: “Apocalypse Now!”.

 

«Ma non mi dici niente, non ti piacciono?», mi disse con tono sprezzante. Citronella e vaniglia messe K.O. dai fulmini e saette lanciati dai suoi occhi malvagi, si stava trasformando in non so chi o cosa.

«Come, non ti dico niente?», ero basita.

«Te lo sto dicendo ad ogni boccone!», ho continuato accennando comunque un sorriso, “starà scherzando” pensavo, anche se per la prima volta il suo sguardo mi faceva paura.

«Ma non hai detto niente sulla cottura». La sua voce mi pietrificò.

«La cottura è l’aspetto più importante della cucina e tu non dici nulla, non ti sei accorta che sono cotti alla perfezione?» Continuava a ruota libera lui, io lo fissavo nello sconcerto più totale.

 

Post-it: Ricordiamoci che i narcisisti sono assolutamente perfetti in ogni cosa e se lo ripetono da soli come un mantra. Naturalmente non è così. Buona parte di loro è seriamente convinta di esserlo, l’altra parte, invece, sa bene di non esserlo affatto. In ogni caso, entrambe le categorie hanno bisogno di autoconvincersi e soprattutto di convincere noi che sia così. Il loro cervello, di conseguenza, non contempla minimamente il fatto di non essere adorati per tutto ciò che sono e che fanno.

 

Non sapevo dove stesse andando a parare né tantomeno comprendevo per quale ragione fosse così fuori di sé, visti i complimenti che gli avevo fatto. Glieli avevo fatti, giusto? Ero di nuovo disorientata.

Loro hanno la capacità di ribaltarti il cervello in un nanosecondo.

 

«Sei un’ingrata! Ho cucinato per te, il tuo piatto preferito, e neanche un briciolo di apprezzamento merito?»

 

Stava avvenendo per davvero quell’allucinante “conversazione”? Ad ogni modo, dalle parole ai fatti, fuori di sé lanciò con veemenza le posate nel piatto lasciandomi subito dopo da sola, a tavola, in uno stato confusionale in balia del terrazzo che prese a girarmi intorno.

Vivevamo nella stessa casa, mi ha rivolto il primo sguardo e la prima parola dopo sei giorni.

Li contavo.

 

In quel lasso di tempo fatto di silenzio cosmico, che ho percepito come interminabile, non intuivo nemmeno lontanamente che pena stessi scontando. All’inizio mi sono anche sfiancata a chiedere, a cercare di estorcergli una spiegazione, niente, lui imperturbabile nel suo mutismo, io umiliata non esistevo. Così mi sono rassegnata e ho atteso l’assoluzione dei peccati, divorata da un senso di frustrazione e vuoto mai provato prima.

 

Ovviamente quando ha ricominciato a parlarmi è stato solo per riprendere la comunicazione dal punto in cui l’aveva interrotta, accusandomi ancora della mia ingratitudine, vomitandomi addosso tutto quello che lui faceva per me senza essere ammirato adeguatamente ferendo, così, con non curanza la sua infinita sensibilità.

 

Mi è appena scappato un sorriso ora, ironico, certo. Credetemi, pur sforzandomi, non ricordo una sola cosa bella fatta per me se non per il meschino gusto di rovinarmela prima, durante o un attimo dopo. Atteggiamento che trova spiegazione perversa in un’altra tecnica manipolativa e che pure scopriremo più avanti.

 

Post-it: I litigi e, di conseguenza, i silenzi punitivi sono sempre meticolosamente premeditati e strutturati ad hoc, come nei più efficaci piani editoriali. Il loro successo sta nel fatto che sono strategicamente innescati o nel corso del “love bombing” o subito dopo, periodo in cui noi siamo cotte a puntino, io lo ero sicuramente più dei gamberetti… oh, che non ho più mangiato!

 

Ed eccola qui la campana d’allarme con tutto il campanaro.

Ragioniamo. Cambiano gli episodi ma le motivazioni che scatenano “il gioco del silenzio” si basano sempre e solo sul nulla.

 

Razionalizziamo, razionalizziamo sempre. È l’unica chiave che apre la porta per venire fuori dal castello degli incubi e anche l’unico mezzo che possa permetterci di ridimensionare “la grandiosità” del personaggio che ci ha raggirato. Grandiosità che, ora sappiamo, si è appioppato da solo.

Riflettiamo. Se non fossimo totalmente ipnotizzate dal principe abusante, dopo un episodio così futile, il personaggio uscirebbe da quella porta a suon di calci nel sedere, di certo non stazionerebbe in casa con noi, tronfio e gongolante, a godersi il successo del colpo affondato.

 

Quando ci troviamo di fronte a dinamiche così destabilizzanti dovremmo fermarci e cercare a tutti i costi di fare appello alla nostra, anche poca, lucidità affinché ci riporti a ragionare prima di avanzare nel “labirinto dei perché”. I “perché” non esistono, sono solo frutto del piano diabolico del narcisista patologico.

 

Nei fatti sarebbe molto più semplice di quanto sembri, prendiamo ad esempio la celebre citazione del film “La verità è che non gli piaci abbastanza”.

In una scena al bancone del bar, Alex si rivolge a Gìgì dicendole: “Fidati, se un uomo ti tratta come se non gliene fregasse un cazzo di te, non gliene frega un cazzo di te davvero!”.

 

Dunque, per logica, aggiungiamoci anche questa: “Se in un litigio con reazioni spropositate ci sembra che non ci sia un valido motivo, quel motivo valido non c’è davvero.”

 

Ivana Napolitano ci spiega che il silenzio punitivo rappresenta una potente forma di manipolazione all’interno delle relazioni tossiche. Identificato in psicologia come atteggiamento passivo aggressivo, il silenzio come “punizione” viene utilizzato per far fronte alla rabbia. I manipolatori tollerano poco e male le frustrazioni, basta una parola “fuori posto”, un commento non gradito, un gesto o addirittura uno sguardo non approvato per minare il loro grandioso ego e per dare sfogo alla rabbia e alla ferita narcisista che tale “sfregio” ha inflitto. Spesso interrompono ogni forma di comunicazione con il/la partner, colpevole di non aver valorizzato in maniera adeguata il loro valore, appunto, scelgono il silenzio senza che l’altro abbia la possibilità di comprendere cosa sia successo. In realtà, ripudiano il confronto, non essendo capaci di sostenerlo. Il silenzio è un’arma micidiale che lascia chi lo subisce in una condizione di ansia e confusione, è un atto violento che reiterato nel tempo può causare danni psicofisici molto gravi.

 

Ma perché lo fanno? Cosa ci vogliono dire con il trattamento del silenzio?

Lo scopo è sempre lo stesso, avere il controllo di su di noi e ci stanno dicendo, in pratica, che noi esistiamo solo se e quando loro lo decidono.

 

Post-it: Qui rafforziamo ulteriormente il concetto che una relazione tossica non sia fatta propriamente da una vittima e un carnefice, come abbiamo visto nel girone precedente, anche quel “tossica” ci dice chiaramente qualcosa.

I protagonisti di tale relazione sono pari a una drogata e al suo pusher di fiducia, dipendenti entrambi l’uno dall’altra, bisognosi entrambi l’uno dell’altra.

 

Per il narcisista “il silenzio punitivo” è il primo vero test per mettere alla prova la “prescelta” e analizzarne il grado dipendenza attraverso l’entità del malessere che le provoca tale trattamento.

Dopodiché avrà il pieno controllo non solo sulla partner ma anche sulle “dosi silenti” da somministrare. Lui sa di essere la droga di lei e il silenzio messo in atto è la sua l’astinenza.

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“Gaslighting e Isolamento”

Quarto Girone

“Gaslighting e Isolamento”

  • Te lo sei immaginato!
  • Non è mai successo!
  • Ma come fai a non ricordatelo… me lo hai detto proprio tu!
  • Io non ho mai detto questa cosa!
  • Stavo scherzando, sei tu che sei troppo pesante!
  • Hai sbagliato tu, come sempre!
  • Ti stai inventando tutto!
  • Se ti lascio, non troverai nessun altro come me!

 

E noi, d’ora in poi, decisamente ci speriamo!

Queste sono solo alcune frasi estrapolate dal copione della comunicazione standardizzata di un “gaslighter” all’indirizzo della prescelta.

Uso l’espressione “prescelta” perché il narcisista patologico, abbiamo visto, sceglie tecnicamente la partner più adatta in base alle sue necessità e al raggiungimento dei suoi scopi.

Io, per esempio, sarò stata scelta per fargli da sfogatoio per le sue frustrazioni e fallimenti, per la mia empatia da sfruttare nel suo lavoro e sostanzialmente per fargli da badante. Oh, è riuscito in tutti i suoi intenti!

L’obiettivo di tale frasario è quello di prendere il pieno controllo della nostra vita, nel caso del “gaslighting”, facendoci dubitare di noi stesse e rendendoci, di conseguenza, sempre più dipendenti. Questa è probabilmente la tecnica manipolativa più pericolosa con cui opera il maligno abusante perché alla lunga rischia di compromettere seriamente la nostra sanità mentale.

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Alle frasi strategiche, con cui “il vampiro energetico” gioca a “ti confondo il cervello”, progressivamente si aggiungeranno i giudizi negativi sul nostro aspetto fisico, le critiche continue sul modo di comportarci che ci indurranno a credere di essere perennemente in errore. Saremo redarguite per tutto ciò che ci riguarda, la nostra professione sarà sminuita e ridicolizzata, fossimo pure il Presidente della Repubblica. Le persone che frequentiamo sono tutte stupide e noiosamente inutili e, soprattutto, mai alla sua altezza. Senza rendercene conto, amico dopo amico familiare dopo familiare, ci ritroveremo isolate e dipendenti da lui, portandolo così a raggiungere il suo massimo obiettivo.

Sembrerebbe già tanto, vero?! Invece no, per lui dall’alto dell’ego, sarà sempre troppo poco e il suo scopo raggiunto va comunque alimentato costantemente, per cui, alle regole del gioco malvagio si alterneranno i “silenzi punitivi” per espiare i nostri “peccati”. Ogni “pausa” può essere a tempo indeterminato, durante le quali saremo ignorate a tal punto che ci sembrerà di non esistere, anzi, ogni tentativo di contatto con il manipolatore servirà solo a prolungare il silenzio. Un giorno sì e l’altro pure minaccerà di lasciarci (magari!) ma stiamo tranquille, non lo farà mai, ha bisogno di noi esattamente quanto noi di lui, tuttavia, la nostra paura di essere abbandonate renderà lui il più forte della nostra relazione tossica.

Post-it: il fatto che il narcisista patologico abbia bisogno di noi quanto noi di lui è un promemoria fondamentale in quanto viene a cadere il concetto che queste relazioni siano composte esclusivamente da una vittima e un carnefice. La sostanza è sicuramente questa poiché c’è la parte abusante e quella abusata, la realtà, però, rende chiaro l’evidente legame di codipendenza. Questa visione, che prende il nome di “codipendenza affettiva”, potrebbe essere molto molto utile, per me lo è stata, al fine di razionalizzare sulle dinamiche perfide e illogiche del rapporto nel quale vortichiamo. Razionalizzare, lo ripeterò in questo manuale fino alla noia, è la base della nostra salvezza.

Il gaslighting comincia gradualmente. Il manipolatore attua questa tecnica in maniera abilmente sottile già nella fase “super wow” del love bombing di modo che, essendo noi accecate dall’azzurro sbrilluccicoso del nostro “principe”, uno: di sicuro le sfumature marroni delle sue calzamaglie non le notiamo minimamente; due: dovessimo intercettare i famosi campanellini d’allarme, invece di soffermarci ad indagare continueremo ad ignorarli.

girone-4-fotoarticolo

È così che mi sono salvata. Nel pieno della mia favola da incubo sono inciampata per caso in un link, su Facebook, di un articolo che descriveva minuziosamente le caratteristiche dei narcisisti patologici, quelle di una relazione tossica e le conseguenze devastanti psicofisiche di chi, nella storia, è la parte che subisce. A fine lettura non so dirvi se fossi più inorridita o sollevata, lì dentro c’era racchiusa tutta la “roba” che stavo vivendo io ma al tempo stesso ci ho visto lo spiraglio di luce da seguire.  

Vi riporto di seguito una piccolissima serie di dinamiche che hanno delineato la mia relazione con il “principe abusante” e mi divido la citazione con Alessandro Siani.

 

  • Cominciai a dubitare di me.

Mi raccontava e faceva cose che in seguito negava di aver detto o fatto, questo era un suo modo di fare costante, anche nelle piccole cose, nelle sciocchezze, tutto. Lui smentiva, smentiva, smentiva godendo visibilmente del mio smarrimento, gli si illuminava quel volto pregno di perfidia a vedermi frastornata davanti ai suoi convinti “Ma quando mai!”, “Ma che dici, non è vero”, “Sei una pazza ma che t’inventi?!”

  • Tutto quello che veniva fuori dalla mia bocca era un cumulo di sciocchezze e banalità.

Era così persuasivo che, a rifletterci dopo, risultavano anche a me stronzate. Questo comportamento lo adottava quando eravamo soli, in presenza di altre persone non solo non lo faceva, addirittura mi esaltava apparentemente inorgoglito. Da sottolineare “apparentemente”. Inizialmente ci cascavo sul fatto che in fondo mi ammirasse ma poi quando eravamo insieme si contraddiceva gettandomi in overdose di confusione. Diventavo matta, rimuginavo ininterrottamente su come mai agli altri mi descrivesse come la donna più eccezionale al mondo e quando eravamo io e lui, non ero che un’emerita cretina. Poi ci sono arrivata. Ecco subito la spiegazione, è molto semplice e vale per la maggior parte dei narcisisti manipolatori: nella loro mente sono convinti di essere persone straordinariamente superiori, così come superiore e indiscutibile è tutto ciò li riguarda, comprese le loro scelte, compresa la partner. Devono dimostrare all’esterno che la loro compagna sia perfettamente adeguata alla loro grandiosità.

  • Il senso della realtà era completamente alterato.

Il livello, per intenderci bene, potrebbe essere quello che davanti a un bicchiere di vino rosso lui sosteneva fermamente che fosse bianco. Alla fine, ero lì a chiedermi se la realtà distorta non fosse la mia e se quel vino non fosse effettivamente bianco. Facciamo attenzione, facciamo appello alla poca lucidità che ancora ci resta perché è in questo caso estremo che il rischio di impazzire è realmente possibile.

  • All’improvviso non ho visto più i miei amici e man mano i parenti.

Non ricordo esattamente da quando ha cominciato a farmi il vuoto intorno ma di fatto sono arrivata a non vederli più. I pochi che lui inizialmente ha conosciuto, facendomi pesare lo sforzo e il favore enorme che mi stesse facendo, non erano abbastanza adeguati alla sua intelligenza e alla sua maturità. Di certo non potevo dire la verità alle persone che da sempre hanno abitato la mia quotidianità, così arrancavo scuse su scuse e raccontavo bugie per sottrarmi alla loro compagnia. Sempre per le doti persuasive del personaggio, piano piano il dubbio m’è venuto: «Ma non è che per la sua età, noi siamo veramente troppo infantili?». Così, vuoi per quieto vivere, vuoi che il mio cervello cominciasse pure a dargli ragione mi sono allontanata, senza rendermene conto, da tutto e tutti, anche dal mio lavoro, dai progetti, dai sogni.

  • Lui mi spaventava e mi destabilizzava.

Avevo l’impressione di essere la sua peggiore nemica per la cattiveria e l’odio che mi destinava. Quando gli chiedevo come fosse possibile che mi detestasse così tanto visto che mi diceva anche che ero l’amore della sua vita, mi dava della pazza visionaria. Altra caratteristica che accomuna la comunicazione, verbale e nei fatti, dei narcisisti patologici è quella di essere ambivalente. La confusione in cui si arriva a navigare è insostenibile, lo stato di dipendenza nei confronti di tali soggetti diventa totale e perpetuo mentre il loro nutrimento è appagato sempre e solo momentaneamente.

Momentaneamente perché, cominciamo ad impararlo, i narcisisti non sono mai appagati; dunque, dovranno darsi da fare velocemente per la mossa successiva. Una fatica enorme, tutto sommato, è un rapporto altamente stressante per entrambe le parti.

Ivana Napolitano interviene sulle tematiche di questo girone.

La preziosa testimonianza ci racconta di come funziona o meglio di come non funziona una tossica relazione abusante.

Il manipolatore, adescata la preda grazie all’arguto impegno del “love bombing”, prosegue dritto verso il suo obiettivo: svalutare poco per volta la vittima, all’inizio usando una leggera ironia, ad esempio sul suo modo di vestire, di parlare, sulla sua forma fisica. Dopo di che attacca con critiche meno velate sulle preferenze, sulle abitudini, sul carattere e su familiari ed amici della vittima, isolandola dai suoi contesti relazionali per esercitare in maniera “esclusiva” il controllo su di lei.

Successivamente inizia ad insinuare dubbi sulla lealtà, sulla moralità, sull’intelligenza e sull’onestà della “sua” donna.

Il gaslighting è fatto di bugie e negazioni, nette incongruenze tra azioni e parole che lentamente in maniera subdola consumano la vittima che si convince di essere “pazza” e di avere una visione distorta della realtà.

Il manipolatore attraverso azioni calcolate e consapevoli vuole distruggere l’autostima della vittima confondendo la sua percezione di sé, non prova empatia nei suoi confronti.

Chi subisce il gaslighting e tutte le devastanti forme di manipolazione abusanti ha bisogno di un aiuto concreto per uscirne, un percorso nel quale lavorare sulla consapevolezza e sul riconoscimento dei segnali della spietata violenza di cui è vittima, deve essere sostenuta per credere che da tutto questo orrore si può venire fuori.

 

Chi è impelagata in una relazione del genere, piano piano smette anche di confidarsi su ciò che accade. La realtà è così nebulosa che non sappiamo più raccontarla, i fatti così surreali che ce ne vergogniamo. Questo spiana completamente la via dell’isolamento, quella via che per volere del “mostro” avevamo già cominciato a percorrere.

Proviamo a prendere consapevolezza, dunque, del fatto che non importa quanto possa sembrarci illogico ciò che accade nella nostra storia, parliamone, proviamoci anche se ci risulta visionario da spiegare.

Immaginiamoci come fossimo in balia delle sabbie mobili, siamo destinate ad essere ingoiate dal fango ma se allunghiamo un braccio qualcuno potrebbe riuscire a salvarci.

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Vale anche nel caso contrario, facciamo attenzione se notiamo un’amica o una parente che si allontana, secondo noi, senza motivo o per motivi che ci convincono poco e cominciamo ad indagare. Cerchiamo di carpire informazioni utili al fine di essere concretamente d’aiuto, affinché possiamo essere tutti coinvolti nella prevenzione.

Quarto Girone

“Gaslighting e Isolamento”

  • Te lo sei immaginato!
  • Non è mai successo!
  • Ma come fai a non ricordatelo… me lo hai detto proprio tu!
  • Io non ho mai detto questa cosa!
  • Stavo scherzando, sei tu che sei troppo pesante!
  • Hai sbagliato tu, come sempre!
  • Ti stai inventando tutto!
  • Se ti lascio, non troverai nessun altro come me!

 

E noi, d’ora in poi, decisamente ci speriamo!

Queste sono solo alcune frasi estrapolate dal copione della comunicazione standardizzata di un “gaslighter” all’indirizzo della prescelta.

Uso l’espressione “prescelta” perché il narcisista patologico, abbiamo visto, sceglie tecnicamente la partner più adatta in base alle sue necessità e al raggiungimento dei suoi scopi.

Io, per esempio, sarò stata scelta per fargli da sfogatoio per le sue frustrazioni e fallimenti, per la mia empatia da sfruttare nel suo lavoro e sostanzialmente per fargli da badante. Oh, è riuscito in tutti i suoi intenti!

L’obiettivo di tale frasario è quello di prendere il pieno controllo della nostra vita, nel caso del “gaslighting”, facendoci dubitare di noi stesse e rendendoci, di conseguenza, sempre più dipendenti. Questa è probabilmente la tecnica manipolativa più pericolosa con cui opera il maligno abusante perché alla lunga rischia di compromettere seriamente la nostra sanità mentale.

girone4art3web

Alle frasi strategiche, con cui “il vampiro energetico” gioca a “ti confondo il cervello”, progressivamente si aggiungeranno i giudizi negativi sul nostro aspetto fisico, le critiche continue sul modo di comportarci che ci indurranno a credere di essere perennemente in errore. Saremo redarguite per tutto ciò che ci riguarda, la nostra professione sarà sminuita e ridicolizzata, fossimo pure il Presidente della Repubblica. Le persone che frequentiamo sono tutte stupide e noiosamente inutili e, soprattutto, mai alla sua altezza. Senza rendercene conto, amico dopo amico familiare dopo familiare, ci ritroveremo isolate e dipendenti da lui, portandolo così a raggiungere il suo massimo obiettivo.

Sembrerebbe già tanto, vero?! Invece no, per lui dall’alto dell’ego, sarà sempre troppo poco e il suo scopo raggiunto va comunque alimentato costantemente, per cui, alle regole del gioco malvagio si alterneranno i “silenzi punitivi” per espiare i nostri “peccati”. Ogni “pausa” può essere a tempo indeterminato, durante le quali saremo ignorate a tal punto che ci sembrerà di non esistere, anzi, ogni tentativo di contatto con il manipolatore servirà solo a prolungare il silenzio. Un giorno sì e l’altro pure minaccerà di lasciarci (magari!) ma stiamo tranquille, non lo farà mai, ha bisogno di noi esattamente quanto noi di lui, tuttavia, la nostra paura di essere abbandonate renderà lui il più forte della nostra relazione tossica.

Post-it: il fatto che il narcisista patologico abbia bisogno di noi quanto noi di lui è un promemoria fondamentale in quanto viene a cadere il concetto che queste relazioni siano composte esclusivamente da una vittima e un carnefice. La sostanza è sicuramente questa poiché c’è la parte abusante e quella abusata, la realtà, però, rende chiaro l’evidente legame di codipendenza. Questa visione, che prende il nome di “codipendenza affettiva”, potrebbe essere molto molto utile, per me lo è stata, al fine di razionalizzare sulle dinamiche perfide e illogiche del rapporto nel quale vortichiamo. Razionalizzare, lo ripeterò in questo manuale fino alla noia, è la base della nostra salvezza.

Il gaslighting comincia gradualmente. Il manipolatore attua questa tecnica in maniera abilmente sottile già nella fase “super wow” del love bombing di modo che, essendo noi accecate dall’azzurro sbrilluccicoso del nostro “principe”, uno: di sicuro le sfumature marroni delle sue calzamaglie non le notiamo minimamente; due: dovessimo intercettare i famosi campanellini d’allarme, invece di soffermarci ad indagare continueremo ad ignorarli.

girone-4-fotoarticolo

È così che mi sono salvata. Nel pieno della mia favola da incubo sono inciampata per caso in un link, su Facebook, di un articolo che descriveva minuziosamente le caratteristiche dei narcisisti patologici, quelle di una relazione tossica e le conseguenze devastanti psicofisiche di chi, nella storia, è la parte che subisce. A fine lettura non so dirvi se fossi più inorridita o sollevata, lì dentro c’era racchiusa tutta la “roba” che stavo vivendo io ma al tempo stesso ci ho visto lo spiraglio di luce da seguire.  

Vi riporto di seguito una piccolissima serie di dinamiche che hanno delineato la mia relazione con il “principe abusante” e mi divido la citazione con Alessandro Siani.

 

  • Cominciai a dubitare di me.

Mi raccontava e faceva cose che in seguito negava di aver detto o fatto, questo era un suo modo di fare costante, anche nelle piccole cose, nelle sciocchezze, tutto. Lui smentiva, smentiva, smentiva godendo visibilmente del mio smarrimento, gli si illuminava quel volto pregno di perfidia a vedermi frastornata davanti ai suoi convinti “Ma quando mai!”, “Ma che dici, non è vero”, “Sei una pazza ma che t’inventi?!”

  • Tutto quello che veniva fuori dalla mia bocca era un cumulo di sciocchezze e banalità.

Era così persuasivo che, a rifletterci dopo, risultavano anche a me stronzate. Questo comportamento lo adottava quando eravamo soli, in presenza di altre persone non solo non lo faceva, addirittura mi esaltava apparentemente inorgoglito. Da sottolineare “apparentemente”. Inizialmente ci cascavo sul fatto che in fondo mi ammirasse ma poi quando eravamo insieme si contraddiceva gettandomi in overdose di confusione. Diventavo matta, rimuginavo ininterrottamente su come mai agli altri mi descrivesse come la donna più eccezionale al mondo e quando eravamo io e lui, non ero che un’emerita cretina. Poi ci sono arrivata. Ecco subito la spiegazione, è molto semplice e vale per la maggior parte dei narcisisti manipolatori: nella loro mente sono convinti di essere persone straordinariamente superiori, così come superiore e indiscutibile è tutto ciò li riguarda, comprese le loro scelte, compresa la partner. Devono dimostrare all’esterno che la loro compagna sia perfettamente adeguata alla loro grandiosità.

  • Il senso della realtà era completamente alterato.

Il livello, per intenderci bene, potrebbe essere quello che davanti a un bicchiere di vino rosso lui sosteneva fermamente che fosse bianco. Alla fine, ero lì a chiedermi se la realtà distorta non fosse la mia e se quel vino non fosse effettivamente bianco. Facciamo attenzione, facciamo appello alla poca lucidità che ancora ci resta perché è in questo caso estremo che il rischio di impazzire è realmente possibile.

  • All’improvviso non ho visto più i miei amici e man mano i parenti.

Non ricordo esattamente da quando ha cominciato a farmi il vuoto intorno ma di fatto sono arrivata a non vederli più. I pochi che lui inizialmente ha conosciuto, facendomi pesare lo sforzo e il favore enorme che mi stesse facendo, non erano abbastanza adeguati alla sua intelligenza e alla sua maturità. Di certo non potevo dire la verità alle persone che da sempre hanno abitato la mia quotidianità, così arrancavo scuse su scuse e raccontavo bugie per sottrarmi alla loro compagnia. Sempre per le doti persuasive del personaggio, piano piano il dubbio m’è venuto: «Ma non è che per la sua età, noi siamo veramente troppo infantili?». Così, vuoi per quieto vivere, vuoi che il mio cervello cominciasse pure a dargli ragione mi sono allontanata, senza rendermene conto, da tutto e tutti, anche dal mio lavoro, dai progetti, dai sogni.

  • Lui mi spaventava e mi destabilizzava.

Avevo l’impressione di essere la sua peggiore nemica per la cattiveria e l’odio che mi destinava. Quando gli chiedevo come fosse possibile che mi detestasse così tanto visto che mi diceva anche che ero l’amore della sua vita, mi dava della pazza visionaria. Altra caratteristica che accomuna la comunicazione, verbale e nei fatti, dei narcisisti patologici è quella di essere ambivalente. La confusione in cui si arriva a navigare è insostenibile, lo stato di dipendenza nei confronti di tali soggetti diventa totale e perpetuo mentre il loro nutrimento è appagato sempre e solo momentaneamente.

Momentaneamente perché, cominciamo ad impararlo, i narcisisti non sono mai appagati; dunque, dovranno darsi da fare velocemente per la mossa successiva. Una fatica enorme, tutto sommato, è un rapporto altamente stressante per entrambe le parti.

Ivana Napolitano interviene sulle tematiche di questo girone.

La preziosa testimonianza ci racconta di come funziona o meglio di come non funziona una tossica relazione abusante.

Il manipolatore, adescata la preda grazie all’arguto impegno del “love bombing”, prosegue dritto verso il suo obiettivo: svalutare poco per volta la vittima, all’inizio usando una leggera ironia, ad esempio sul suo modo di vestire, di parlare, sulla sua forma fisica. Dopo di che attacca con critiche meno velate sulle preferenze, sulle abitudini, sul carattere e su familiari ed amici della vittima, isolandola dai suoi contesti relazionali per esercitare in maniera “esclusiva” il controllo su di lei.

Successivamente inizia ad insinuare dubbi sulla lealtà, sulla moralità, sull’intelligenza e sull’onestà della “sua” donna.

Il gaslighting è fatto di bugie e negazioni, nette incongruenze tra azioni e parole che lentamente in maniera subdola consumano la vittima che si convince di essere “pazza” e di avere una visione distorta della realtà.

Il manipolatore attraverso azioni calcolate e consapevoli vuole distruggere l’autostima della vittima confondendo la sua percezione di sé, non prova empatia nei suoi confronti.

Chi subisce il gaslighting e tutte le devastanti forme di manipolazione abusanti ha bisogno di un aiuto concreto per uscirne, un percorso nel quale lavorare sulla consapevolezza e sul riconoscimento dei segnali della spietata violenza di cui è vittima, deve essere sostenuta per credere che da tutto questo orrore si può venire fuori.

 

Chi è impelagata in una relazione del genere, piano piano smette anche di confidarsi su ciò che accade. La realtà è così nebulosa che non sappiamo più raccontarla, i fatti così surreali che ce ne vergogniamo. Questo spiana completamente la via dell’isolamento, quella via che per volere del “mostro” avevamo già cominciato a percorrere.

Proviamo a prendere consapevolezza, dunque, del fatto che non importa quanto possa sembrarci illogico ciò che accade nella nostra storia, parliamone, proviamoci anche se ci risulta visionario da spiegare.

Immaginiamoci come fossimo in balia delle sabbie mobili, siamo destinate ad essere ingoiate dal fango ma se allunghiamo un braccio qualcuno potrebbe riuscire a salvarci.

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Vale anche nel caso contrario, facciamo attenzione se notiamo un’amica o una parente che si allontana, secondo noi, senza motivo o per motivi che ci convincono poco e cominciamo ad indagare. Cerchiamo di carpire informazioni utili al fine di essere concretamente d’aiuto, affinché possiamo essere tutti coinvolti nella prevenzione.