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#unrossoallaviolenza

Terzo Girone

#unrossoallaviolenza

È lunedì 21 novembre 2022. Il lunedì che accompagna la settimana che grida STOP alla violenza sulle donne, perché nel mezzo ha il 25, giornata mondiale dedicata.

È la settimana in cui TV, social, piazze, tutti si mobilitano per noi. Non meno importante è l’aspetto psicologico, per cui, personaggi famosi e sportivi lanciano il loro messaggio scendendo in campo con un segno rosso sul viso per rendere simbolicamente visibile anche quella violenza invisibile, subdola e silenziosa.

Mmh ok, ci piace, grazie tante per questa settimana, in cui la raccomandazione è: “denunciate denunciate denunciate, non siete sole”. Giustamente, gli slogan potrebbero mai esortarci a fare il contrario?!

Va bene, tutto molto bello ma poi passato il santo passata la festa, si spengono i riflettori sulla settimana di sensibilizzazione(?) e, arrivederci, l’appuntamento è al prossimo novembre.

E dopo? E il resto dell’anno?

Qualche giorno fa ho pubblicato sul mio profilo Facebook il post che segue:

“Un’altra donna è stata uccisa da un ex che non ha accettato di essere stato lasciato.

Un’altra donna è stata uccisa dopo aver denunciato.

Dai, menomale, che manca poco alla giornata dedicata”.

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Vi confesso che inizialmente avevo programmato la pubblicazione di amorevol-Mente proprio durante la settimana dedicata alla violenza sulle donne, mi sembrava strategico, ammetto, oltre alla volontà di dare un segnale e, nel mio piccolo, un contributo alla causa.

Poi ci ho riflettuto e ho rimandato l’uscita riconoscendo a me stessa di non poter cedere alle logiche di una strategia di marketing totalmente in contrapposizione con il mio pensiero.

Trovo “le giornate dedicate” inutili, molte delle quali imbarazzanti, questa in particolare mi fa proprio rabbia e concordo appieno con la mia amica C. che ha commentato così il post sopra citato: “Questa giornata è più offensiva degli spogliarellisti l’8 marzo”.

Il post era riferito ad Anastasiia uccisa a coltellate dal compagno, da cui si era separata e che evidentemente non aveva accettato la sua volontà, dopo averne denunciato i maltrattamenti e le minacce.

Come mai questa macabra vicenda non ci è nuova?

Con Anastasiia l’ultimo report aggiornato dalla Direzione Centrale della polizia criminale, realizzato in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, ci dice che nel 2022, fino ad oggi, si contano 82 vittime femminili uccise da partner o ex partner.

Ah, ecco, perché non ci era nuova!

Dunque, incazzata, indignata, impotente, mi prendo la responsabilità di discordare con la settimana dal trend #unrossoallaviolenza che inevitabilmente finisce con l’avere, al massimo, lo stesso folklore di una sagra della solidarietà e dichiarare che, invece, siamo sole e che denunciare serve a poco o a nulla e ogni episodio di femminicidio non fa altro che avvalorare la mia convinzione.

Da oggi, allora, cancelliamo pure i segni rossi e tracciamo sotto i nostri occhi strisce nere, come quelle dei possenti e corazzati giocatori di football americano, come quelle dei soldati nel pieno delle battaglie poiché anche per il prossimo anno abbiamo seriamente e tenacemente da combattere e l’imperativo è “prevenire prevenire prevenire”, perché durante i prossimi 358 giorni, come sempre, si tornerà a parlare di violenza sulle donne solo ogni volta che ne ammazzeranno una..

Attenzione, NON sto affermando che ogni relazione tossica abbia come finale il femminicidio ma che tale legame corre pericolosamente sul filo rischioso di quel potenziale epilogo.

Post-it: Questi soggetti non è che si svegliano una mattina e decidono di punto in bianco di mettere fine alla nostra esistenza. No, loro covano e covano nel tempo fino ad arrivare al gesto estremo quando sentono che stanno perdendo potere su di noi. Per i manipolatori affettivi è inaccettabile essere rifiutati o scartati, gli si destabilizza letteralmente il controllo che si ingegnano a mantenere costante, pertanto, scarto e rifiuto sono azioni che, secondo queste menti disturbate, spettano a loro e non a noi.

Chi è, ogni maledetta volta, l’assassino? “Elementare, Watson, elementare! È l’ex, è il partner o l’amante che non vuole essere lasciato e che, intanto, ha collezionato fascicoli di denunce che hanno lo stesso valore della carta igienica.

Ecco che la prevenzione è assolutamente fondamentale, se non ci tutela adeguatamente la giustizia lasciamo almeno che ci provi l’informazione.

 

La violenza invisibile e subdola a cui mi riferivo è la manipolazione mentale che il narcisista patologico attua perfidamente e in modo consapevole, con ripercussioni psicofisiche devastanti sulle prescelte. In cima alla lista delle strategie c’è il “gaslighting”, un vero e proprio lavaggio del cervello che ha lo scopo di farci dubitare innanzitutto della nostra sanità mentale, via via poi, di prendere il pieno controllo di noi e della nostra vita, infine di isolarci e renderci dipendenti da loro.

La dottoressa Ivana Napolitano, ci spiega cos’è il “gaslighting” e come opera il “gaslighter”.

 

«Svegliarsi da un abuso manipolativo è difficilissimo perché il cervello ridotto a brandelli non vuole staccarsi “dall’ipnosi” per riconoscere di essere stato truffato. La paura è lo strumento di controllo d’elezione, è il terreno fertile su cui viene condotta ogni manipolazione.

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Il “GASLIGHTING” rappresenta una forma molto subdola di violenza psicologica, insidiosa e sottile che conduce chi la subisce a mettere in discussione la propria capacità di giudizio e autonomia valutativa fino a giustificare i continui messaggi di svalutazione e cattiveria del carnefice. La vittima dinanzi a continue distorsioni della comunicazione fatte di ingiunzioni come “Ma come non ti ricordi, l’hai detto tu”, “Non me l’hai mai detto, l’avrai immaginato”, “Non vali niente” finisce col convincersi che ciò che dice l’abusante sia la verità, si rassegna, diventa insicura, estremamente vulnerabile e dipendente.

 

In questa fase la violenza si cronicizza. Uscire da una simile gabbia non è semplice, poiché gli attacchi sono continui ma ambivalenti. La gravità di questa situazione è tale da condurre la vittima verso una condizione patologica. Se una donna si trova in una situazione simile va aiutata esattamente come chi viene picchiata, i lividi dell’anima non si vedono ma possono uccidere».

Post-it: Il termine “Gaslighting” deriva dal film “Gaslight” (Angoscia), del 1944, che ha premiato con l’oscar Ingrid Bergman come migliore attrice. Nella pellicola, tratta da un’opera teatrale, la divina Bergman interpreta il ruolo di Paula, moglie di Gregory, che rischia di impazzire a causa delle manipolazioni quotidiane di suo marito. Vale la pena guardare il film, disponibile sul web per intero, per rendersi conto dell’abuso mentale di questa potente tecnica.

Che si trattasse di “gaslighting” e da dove prendesse il nome questa tattica l’ho scoperto quando ho cominciato a documentarmi su ciò che stavo vivendo, quando rinsavendo ho anche acquistato barlumi di lucidità. Prima di allora descrivevo la mia esperienza, almeno verso il finale, associandola alla più famosa pellicola di Kubrik, tratta dal romanzo di Stephen King, Shining.

Non riuscivo a trovare un modo né diverso né peggiore che descrivesse quella “cosa”, per eventi e scenari mi sembrava di essere Wendy e come lei avrei dovuto trasformare quel po’ di nitidezza mentale in astuzia e soprattutto giocare d’anticipo.

Praticamente segregata in casa, nell’ultimo periodo della relazione, mi sono trovata costretta persino a telefonare i miei genitori di nascosto. Non avevo più connessione con il mondo esterno, amiche, amici, famiglia, tutti banditi dalla mia vita e mi inventavo bugie su bugie per tenerli debitamente lontani. Mia mamma e mio papà erano il solo contatto che mi restava, oltre il buio profondo di quella prigione, quindi lui doveva liberarsene.

Li chiamavo in fretta e furia, chiusa nel bagno o rifugiata in angoli della casa opposti a dove fosse “il tipo”, sempre attenta che non se ne accorgesse, un’ansia tremenda, parlavo velocemente per tagliare corto fingendo qualunque tipo d’impegno che mi impedisse di chiacchierare con più calma.

Quando capitava che l’essere abusante mi scopriva urlava:

«Embè, quando chiami i tuoi mi dai un fastidio da pazzi! Non lo devi fare, non c’è bisogno di telefonargli tutti i giorni, ok?!»

Infatti, lui un pazzo sembrava, con quelle espressioni che gli trasformavano il volto e quegli occhi che facevano spavento. Jack Nicholson, uguale!

Una mattina gliel’ho anche detto che gli somigliava, perché cominciava a dare di matto già di prima mattina, e che quell’appartamento sembrava il set di “Shining”, l’ha preso come un complimento. Io ero terrorizzata, lui ci godeva.

I miei genitori cominciarono a rendersi conto della situazione in cui mi trovavo, così un giorno si sono presentati a sorpresa sulla porta d’ingresso, mi sono sentita come il “Piccolo Lord” quando scende di corsa le scale della “sala grande” e si trova davanti la sua mamma spuntata dal retro dell’albero di Natale gigante. Proprio così.

Ora mi permetto di farla io una raccomandazione: “informiamoci, informiamoci, informiamoci!”.

L’informazione è il cardine fondamentale della prevenzione, siamo affamati di sapere e non smettiamo mai di documentarci su soggetti e relazioni con dinamiche dalle spie patologiche. Solo così potremmo individuare quei benedetti segnali, solo informandoci ci verrà automatico non ignorarli. Divulghiamo informazioni agli altri, parliamone senza vergogna o timore di non essere compresi, confrontiamoci sempre. Proviamoci! La conoscenza ci renderà razionali, la razionalità ci salverà.

“Hanno provato a seppellirci ma quello che non sapevano è che eravamo semi”

Dai risultati dei miei “giri di web” questa citazione è iper-inflazionata nelle sue varianti e vanta una serie indefinita di paternità, la più attendibile è che sia comunemente un proverbio messicano.

Ma poco ci importa delle sue origini. Il suo successo deriva dal fatto che sia una frase che colpisce per impatto, positività e speranza e la trovo quanto mai adatta alla causa di amorevol-Mente e in particolare al tema di questo girone.

Pare anche che, nel 2018, il proverbio sia stato usato come messaggio da migliaia di uomini e donne, a Santiago del Cile, in una manifestazione di protesta contro gli abusi domestici e femminicidio. L’evento si è svolto, in Plaza Italia, l’11 maggio perché non ritenevano necessaria l’attesa di una giornata mondiale dedicata.

Terzo Girone

#unrossoallaviolenza

È lunedì 21 novembre 2022. Il lunedì che accompagna la settimana che grida STOP alla violenza sulle donne, perché nel mezzo ha il 25, giornata mondiale dedicata.

È la settimana in cui TV, social, piazze, tutti si mobilitano per noi. Non meno importante è l’aspetto psicologico, per cui, personaggi famosi e sportivi lanciano il loro messaggio scendendo in campo con un segno rosso sul viso per rendere simbolicamente visibile anche quella violenza invisibile, subdola e silenziosa.

Mmh ok, ci piace, grazie tante per questa settimana, in cui la raccomandazione è: “denunciate denunciate denunciate, non siete sole”. Giustamente, gli slogan potrebbero mai esortarci a fare il contrario?!

Va bene, tutto molto bello ma poi passato il santo passata la festa, si spengono i riflettori sulla settimana di sensibilizzazione(?) e, arrivederci, l’appuntamento è al prossimo novembre.

E dopo? E il resto dell’anno?

Qualche giorno fa ho pubblicato sul mio profilo Facebook il post che segue:

“Un’altra donna è stata uccisa da un ex che non ha accettato di essere stato lasciato.

Un’altra donna è stata uccisa dopo aver denunciato.

Dai, menomale, che manca poco alla giornata dedicata”.

girone3-fotoarticolo2

Vi confesso che inizialmente avevo programmato la pubblicazione di amorevol-Mente proprio durante la settimana dedicata alla violenza sulle donne, mi sembrava strategico, ammetto, oltre alla volontà di dare un segnale e, nel mio piccolo, un contributo alla causa.

Poi ci ho riflettuto e ho rimandato l’uscita riconoscendo a me stessa di non poter cedere alle logiche di una strategia di marketing totalmente in contrapposizione con il mio pensiero.

Trovo “le giornate dedicate” inutili, molte delle quali imbarazzanti, questa in particolare mi fa proprio rabbia e concordo appieno con la mia amica C. che ha commentato così il post sopra citato: “Questa giornata è più offensiva degli spogliarellisti l’8 marzo”.

Il post era riferito ad Anastasiia uccisa a coltellate dal compagno, da cui si era separata e che evidentemente non aveva accettato la sua volontà, dopo averne denunciato i maltrattamenti e le minacce.

Come mai questa macabra vicenda non ci è nuova?

Con Anastasiia l’ultimo report aggiornato dalla Direzione Centrale della polizia criminale, realizzato in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, ci dice che nel 2022, fino ad oggi, si contano 82 vittime femminili uccise da partner o ex partner.

Ah, ecco, perché non ci era nuova!

Dunque, incazzata, indignata, impotente, mi prendo la responsabilità di discordare con la settimana dal trend #unrossoallaviolenza che inevitabilmente finisce con l’avere, al massimo, lo stesso folklore di una sagra della solidarietà e dichiarare che, invece, siamo sole e che denunciare serve a poco o a nulla e ogni episodio di femminicidio non fa altro che avvalorare la mia convinzione.

Da oggi, allora, cancelliamo pure i segni rossi e tracciamo sotto i nostri occhi strisce nere, come quelle dei possenti e corazzati giocatori di football americano, come quelle dei soldati nel pieno delle battaglie poiché anche per il prossimo anno abbiamo seriamente e tenacemente da combattere e l’imperativo è “prevenire prevenire prevenire”, perché durante i prossimi 358 giorni, come sempre, si tornerà a parlare di violenza sulle donne solo ogni volta che ne ammazzeranno una..

Attenzione, NON sto affermando che ogni relazione tossica abbia come finale il femminicidio ma che tale legame corre pericolosamente sul filo rischioso di quel potenziale epilogo.

Post-it: Questi soggetti non è che si svegliano una mattina e decidono di punto in bianco di mettere fine alla nostra esistenza. No, loro covano e covano nel tempo fino ad arrivare al gesto estremo quando sentono che stanno perdendo potere su di noi. Per i manipolatori affettivi è inaccettabile essere rifiutati o scartati, gli si destabilizza letteralmente il controllo che si ingegnano a mantenere costante, pertanto, scarto e rifiuto sono azioni che, secondo queste menti disturbate, spettano a loro e non a noi.

Chi è, ogni maledetta volta, l’assassino? “Elementare, Watson, elementare! È l’ex, è il partner o l’amante che non vuole essere lasciato e che, intanto, ha collezionato fascicoli di denunce che hanno lo stesso valore della carta igienica.

Ecco che la prevenzione è assolutamente fondamentale, se non ci tutela adeguatamente la giustizia lasciamo almeno che ci provi l’informazione.

 

La violenza invisibile e subdola a cui mi riferivo è la manipolazione mentale che il narcisista patologico attua perfidamente e in modo consapevole, con ripercussioni psicofisiche devastanti sulle prescelte. In cima alla lista delle strategie c’è il “gaslighting”, un vero e proprio lavaggio del cervello che ha lo scopo di farci dubitare innanzitutto della nostra sanità mentale, via via poi, di prendere il pieno controllo di noi e della nostra vita, infine di isolarci e renderci dipendenti da loro.

La dottoressa Ivana Napolitano, ci spiega cos’è il “gaslighting” e come opera il “gaslighter”.

 

«Svegliarsi da un abuso manipolativo è difficilissimo perché il cervello ridotto a brandelli non vuole staccarsi “dall’ipnosi” per riconoscere di essere stato truffato. La paura è lo strumento di controllo d’elezione, è il terreno fertile su cui viene condotta ogni manipolazione.

girone3-fotoarticolo1

Il “GASLIGHTING” rappresenta una forma molto subdola di violenza psicologica, insidiosa e sottile che conduce chi la subisce a mettere in discussione la propria capacità di giudizio e autonomia valutativa fino a giustificare i continui messaggi di svalutazione e cattiveria del carnefice. La vittima dinanzi a continue distorsioni della comunicazione fatte di ingiunzioni come “Ma come non ti ricordi, l’hai detto tu”, “Non me l’hai mai detto, l’avrai immaginato”, “Non vali niente” finisce col convincersi che ciò che dice l’abusante sia la verità, si rassegna, diventa insicura, estremamente vulnerabile e dipendente.

 

In questa fase la violenza si cronicizza. Uscire da una simile gabbia non è semplice, poiché gli attacchi sono continui ma ambivalenti. La gravità di questa situazione è tale da condurre la vittima verso una condizione patologica. Se una donna si trova in una situazione simile va aiutata esattamente come chi viene picchiata, i lividi dell’anima non si vedono ma possono uccidere».

Post-it: Il termine “Gaslighting” deriva dal film “Gaslight” (Angoscia), del 1944, che ha premiato con l’oscar Ingrid Bergman come migliore attrice. Nella pellicola, tratta da un’opera teatrale, la divina Bergman interpreta il ruolo di Paula, moglie di Gregory, che rischia di impazzire a causa delle manipolazioni quotidiane di suo marito. Vale la pena guardare il film, disponibile sul web per intero, per rendersi conto dell’abuso mentale di questa potente tecnica.

Che si trattasse di “gaslighting” e da dove prendesse il nome questa tattica l’ho scoperto quando ho cominciato a documentarmi su ciò che stavo vivendo, quando rinsavendo ho anche acquistato barlumi di lucidità. Prima di allora descrivevo la mia esperienza, almeno verso il finale, associandola alla più famosa pellicola di Kubrik, tratta dal romanzo di Stephen King, Shining.

Non riuscivo a trovare un modo né diverso né peggiore che descrivesse quella “cosa”, per eventi e scenari mi sembrava di essere Wendy e come lei avrei dovuto trasformare quel po’ di nitidezza mentale in astuzia e soprattutto giocare d’anticipo.

Praticamente segregata in casa, nell’ultimo periodo della relazione, mi sono trovata costretta persino a telefonare i miei genitori di nascosto. Non avevo più connessione con il mondo esterno, amiche, amici, famiglia, tutti banditi dalla mia vita e mi inventavo bugie su bugie per tenerli debitamente lontani. Mia mamma e mio papà erano il solo contatto che mi restava, oltre il buio profondo di quella prigione, quindi lui doveva liberarsene.

Li chiamavo in fretta e furia, chiusa nel bagno o rifugiata in angoli della casa opposti a dove fosse “il tipo”, sempre attenta che non se ne accorgesse, un’ansia tremenda, parlavo velocemente per tagliare corto fingendo qualunque tipo d’impegno che mi impedisse di chiacchierare con più calma.

Quando capitava che l’essere abusante mi scopriva urlava:

«Embè, quando chiami i tuoi mi dai un fastidio da pazzi! Non lo devi fare, non c’è bisogno di telefonargli tutti i giorni, ok?!»

Infatti, lui un pazzo sembrava, con quelle espressioni che gli trasformavano il volto e quegli occhi che facevano spavento. Jack Nicholson, uguale!

Una mattina gliel’ho anche detto che gli somigliava, perché cominciava a dare di matto già di prima mattina, e che quell’appartamento sembrava il set di “Shining”, l’ha preso come un complimento. Io ero terrorizzata, lui ci godeva.

I miei genitori cominciarono a rendersi conto della situazione in cui mi trovavo, così un giorno si sono presentati a sorpresa sulla porta d’ingresso, mi sono sentita come il “Piccolo Lord” quando scende di corsa le scale della “sala grande” e si trova davanti la sua mamma spuntata dal retro dell’albero di Natale gigante. Proprio così.

Ora mi permetto di farla io una raccomandazione: “informiamoci, informiamoci, informiamoci!”.

L’informazione è il cardine fondamentale della prevenzione, siamo affamati di sapere e non smettiamo mai di documentarci su soggetti e relazioni con dinamiche dalle spie patologiche. Solo così potremmo individuare quei benedetti segnali, solo informandoci ci verrà automatico non ignorarli. Divulghiamo informazioni agli altri, parliamone senza vergogna o timore di non essere compresi, confrontiamoci sempre. Proviamoci! La conoscenza ci renderà razionali, la razionalità ci salverà.

“Hanno provato a seppellirci ma quello che non sapevano è che eravamo semi”

Dai risultati dei miei “giri di web” questa citazione è iper-inflazionata nelle sue varianti e vanta una serie indefinita di paternità, la più attendibile è che sia comunemente un proverbio messicano.

Ma poco ci importa delle sue origini. Il suo successo deriva dal fatto che sia una frase che colpisce per impatto, positività e speranza e la trovo quanto mai adatta alla causa di amorevol-Mente e in particolare al tema di questo girone.

Pare anche che, nel 2018, il proverbio sia stato usato come messaggio da migliaia di uomini e donne, a Santiago del Cile, in una manifestazione di protesta contro gli abusi domestici e femminicidio. L’evento si è svolto, in Plaza Italia, l’11 maggio perché non ritenevano necessaria l’attesa di una giornata mondiale dedicata.

Girone--2web

“Candy Candy è la preda ideale?”

Secondo Girone

“Candy Candy è la preda ideale?”

«Dottoressa, faccia uscire “questa tizia” dal mio corpo, la prego!»

È stata la prima richiesta di S.O.S. fatta alla psicologa quando nel suo studio mi sono seduta di fronte a lei, manco mi fossi rivolta a un’esorcista.

«E chi sarebbe questa tizia?», mi ha chiesto strabuzzando gli occhi.

«Candy Candy, la crocerossina che alloggia dentro di me!».

girone2art-web

La mia empatia è così smisurata che, a volte, non comprendo se sia “lei” ad abitare in me o se sia io ad essere sua ospite.

Fatto sta che nell’auto analizzarmi, prima di rivolgermi alla specialista, ho dato tutta la responsabilità di essere rimasta imbrigliata nella relazione tossica con quello là alla “Signorina tutta lentiggini” (Così come la chiamava Terence, ricordate? Praticamente uno dei primi narcisisti per cui abbiamo perso la testa un po’ tutte).

Da quando un vecchio claim ce l’ha inculcato, sappiamo che “prevenire è meglio che curare”, tuttavia nel caso in cui, invece, il danno sia stato fatto il percorso terapeutico resta necessario dopo un’esperienza tanto traumatica quanto destabilizzante per il corpo e per la mente. A me è servito, innanzitutto, a ridimensionare i sensi di colpa per esserci cascata, poi a rendere chiare cause e dinamiche di un legame perverso e infine a ricucire i pezzi di una persona fatta a brandelli: io.

Credo di non essermi ancora perdonata per il troppo tempo dedicato a questo individuo ma pian piano, sono sicura, risolverò con me stessa anche questo aspetto. È il motivo per il quale mi sta tanto a cuore la prevenzione, il motivo che mi ha spinta verso questa strada sterrata ma comunque percorribile. Non possiamo permettere a qualcun altro di rubare il nostro tempo perché nel momento in cui si rinsavisce la sensazione, poi, è quella di averlo gettato via volontariamente e vi assicuro che questa sarà la parte più complicata da elaborare e da accettare.

Per quanto riguarda la corretta informazione, invece, il percorso con la psicologa mi è servito anche a scoprire, con sorpresa, che “Candy Candy” è stata responsabile solo in parte.

Chi è allora la preda prediletta del manipolatore affettivo?

Post-it: È opportuno chiarire che, per quanto le tappe di una relazione con i narcisisti abbiano a grandi linee sempre lo stesso procedimento, per quanto questi soggetti abbiano in comune l’attitudine alla manipolazione e come unico scopo il controllo della partner, le personalità non sono tutte uguali e la scelta della preda viene sostanzialmente fatta anche in base alla loro cultura e alla posizione che occupano in società.

Ci sono, come abbiamo visto, i narcisisti plateali che ti amano alla follia e ti vogliono sposare dopo un giorno e, lì, con un minimo di lucidità i segnali sono forti e riconoscibili. Ci sono, però, anche manipolatori molto più abili e astuti che agiscono in maniera così sottile che riconoscerli subito è praticamente impossibile. Cosicché anche una donna determinata, brillante, non particolarmente empatica e lungi dall’essere crocerossina può restare coinvolta in un legame tossico.

Troverete l’identikit dei narcisisti con le loro caratteristiche nel glossario in fondo al manuale.

Dunque, riepilogando, certo è che la “donna crocerossina” abbia una notevole propensione alla relazione con il narcisista. Tra le prime strategie manipolative messe in atto dal vampiro energetico, c’è quella di far leva sul proprio vittimismo e qui “la ragazza della croce rossa” ci va a nozze.

Certo è che questi due personaggi siano i protagonisti delle peggiori favole. La loro non è semplicemente una storia destinata a restare senza l’happy ending, crocerossine e narcisisti danno vita a una trama di fronte al quale i film dell’orrore inorridiscono.

Certo NON è che sia l’unica tipologia di donne che possa capitolare davanti a quest’amore che, come ci canta Gianna Nannini a squarciagola, è una camera a gas.

Di conseguenza bisogna assolutamente smantellare ogni congettura basata sul “Abbiamo la sindrome della crocerossina? Allora è ovvio essere “prede” di questi soggetti”, un po’ come dire “Ce la siamo cercata”. Nessuna se la va a cercare, semplicemente capita e non riusciamo a riconoscerla.

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Ivana Napolitano, ci spiega che spesso chi è vittima di un partner affettivo psicologicamente abusante si trova a dover fare i conti con affermazioni che amplificano i sensi di colpa ed impediscono il processo di esternalizzazione del dolore, prima fra tutte “se l’è andata a cercare!”

Questo pregiudizio viene rafforzato dall’idea che tutte le vittime siano donne affamate d’amore convinte che l’unico modo per essere amate sia quello di sacrificare sé stesse. Si parla di “dipendenza affettiva” quando tutti i propri sforzi, reali o mentali sono concentrati sull’altro e sulla relazione, nonostante i suoi palesi aspetti disfunzionali. Molte donne hanno difficoltà a riconoscere il “vero amore” perché hanno un vuoto interiore (derivante da ferite infantili) richiedente, distruttivo che pretende di essere riempito con qualsiasi cibo spingendole ad aggrapparsi a storie deludenti, tossiche, nocive, violente.  Queste donne insicure, con bassa autostima, troppo empatiche restano incastrate nella relazione con l’egoista manipolatore e sono quelle che con più leggerezza vengono ingiustamente etichettate come “colpevoli” di essersi imbattute nel trauma dell’abuso narcisistico.

È assolutamente importante diffondere l’idea che chiunque può essere abusato psicologicamente, nessuna donna ha fatto qualcosa di sbagliato per meritare una relazione tossica. Sono tante le storie di vittime che con la “crocerossina” non c’entrano niente, al contrario, sono sicure di sé, severe, autorevoli, determinate e con storie familiari di amore e di attaccamento sicuro. Non esiste l’identikit della “vittima perfetta”, ogni persona ha la sua peculiarità. Quello che sicuramente accomuna le “prede”, invece, è l’entità del trauma: dopo un abuso narcisistico la donna si sente uno straccio, sviluppa un’idea di sé distorta e sminuita.

 

Io, per quello là, ero una papabile vittima perfetta ma più di tutto rappresentavo certamente la sfida perfetta: una crocerossina dallo spirito indipendente. Riuscite ad immaginare una preda più allettante?

Ero single da tanto tempo con una vita a dir poco frenetica, ormai abituata a quelli che già allora chiamavo “fantasmini”, maschi che apparivano e sparivano come fosse stato nulla e soprattutto come io fossi stata nulla. Alla fine, ero così assuefatta da aver adottato lo stesso loro atteggiamento.

Chi l’avrebbe detto che oggi questi soggetti sarebbero diventati popolari e dannosamente di tendenza con il nome di “ghoster” e il loro fare “ghosting” del cazzo. Questo, però, lo vedremo qualche girone più avanti.

Premetto che tale atteggiamento non mi stava bene, tuttavia, questi personaggi funzionavano così e pian piano mi ero accomodata anch’io in quella superficialità. E a proposito di superficialità a lui avevo espresso, tra le mille chiacchiere della sera in cui ci siamo conosciuti, anche il desiderio di volermi sposare un giorno, non per la vita matrimoniale ma solo per indossare “quell’abito” e perché, visto che organizzavo eventi, mi sarebbe piaciuto andare al mio matrimonio che avevo già tutto nella mente. Gli avevo fatto un assist che neanche il miglior Luis Alberto con il malleolo o Milinkovic di tacco nella mia Lazio, ecco perché “desiderava” sposarmi di rovesciata al volo.

Quando, a fine serata, mi chiese: «A che ora passo a prenderti domani?», gli risposi: «In che senso domani?», ero incredula al punto che pensavo di aver capito male. Ero abituata a rivedere un “tipo nuovo” dopo un lasso di tempo indefinito.

Il mio cervello l’anomalia di quel “Love Bombing”, come vi ho detto, l’aveva intercettata ciononostante era rimasto fortemente attratto da chi non aveva intenzione di sparire, anzi, addirittura di progettare e costruire.

Post-it: Non c’è nulla che esca dai loro sguardi o dalla loro bocca che non sia minuziosamente calcolato. Loro non ci stanno semplicemente ascoltando quando ci raccontiamo, durante il love bombing, stanno archiviando ogni possibile informazione per poi colpire i nostri bisogni e affondare i nostri punti deboli. Ah, e teniamo bene a mente che questa sarà l’unica fase della relazione in cui hanno la virtù dell’ascolto, in seguito le nostre saranno solo parole al vento.

Ecco, quindi, va bene lavorare su noi stesse al fine di comprendere i motivi per i quali ci siamo fatte irretire ma resta fondamentale scrollarci di dosso, quanto prima, i sensi di colpa e acquisire la consapevolezza che questi soggetti dalla personalità disturbata hanno delle skills manipolative così machiavelliche che Sherlock Holmes e Mr Moriarty messi insieme gli spicciano casa.

E, lo ammetto, non vedevo l’ora di usare anche io una delle espressioni “più fighe” del momento, “Skills” al posto di “abilità”.

Secondo Girone

“Candy Candy è la preda ideale?”

«Dottoressa, faccia uscire “questa tizia” dal mio corpo, la prego!»

È stata la prima richiesta di S.O.S. fatta alla psicologa quando nel suo studio mi sono seduta di fronte a lei, manco mi fossi rivolta a un’esorcista.

«E chi sarebbe questa tizia?», mi ha chiesto strabuzzando gli occhi.

«Candy Candy, la crocerossina che alloggia dentro di me!».

girone2art-web

La mia empatia è così smisurata che, a volte, non comprendo se sia “lei” ad abitare in me o se sia io ad essere sua ospite.

Fatto sta che nell’auto analizzarmi, prima di rivolgermi alla specialista, ho dato tutta la responsabilità di essere rimasta imbrigliata nella relazione tossica con quello là alla “Signorina tutta lentiggini” (Così come la chiamava Terence, ricordate? Praticamente uno dei primi narcisisti per cui abbiamo perso la testa un po’ tutte).

Da quando un vecchio claim ce l’ha inculcato, sappiamo che “prevenire è meglio che curare”, tuttavia nel caso in cui, invece, il danno sia stato fatto il percorso terapeutico resta necessario dopo un’esperienza tanto traumatica quanto destabilizzante per il corpo e per la mente. A me è servito, innanzitutto, a ridimensionare i sensi di colpa per esserci cascata, poi a rendere chiare cause e dinamiche di un legame perverso e infine a ricucire i pezzi di una persona fatta a brandelli: io.

Credo di non essermi ancora perdonata per il troppo tempo dedicato a questo individuo ma pian piano, sono sicura, risolverò con me stessa anche questo aspetto. È il motivo per il quale mi sta tanto a cuore la prevenzione, il motivo che mi ha spinta verso questa strada sterrata ma comunque percorribile. Non possiamo permettere a qualcun altro di rubare il nostro tempo perché nel momento in cui si rinsavisce la sensazione, poi, è quella di averlo gettato via volontariamente e vi assicuro che questa sarà la parte più complicata da elaborare e da accettare.

Per quanto riguarda la corretta informazione, invece, il percorso con la psicologa mi è servito anche a scoprire, con sorpresa, che “Candy Candy” è stata responsabile solo in parte.

Chi è allora la preda prediletta del manipolatore affettivo?

Post-it: È opportuno chiarire che, per quanto le tappe di una relazione con i narcisisti abbiano a grandi linee sempre lo stesso procedimento, per quanto questi soggetti abbiano in comune l’attitudine alla manipolazione e come unico scopo il controllo della partner, le personalità non sono tutte uguali e la scelta della preda viene sostanzialmente fatta anche in base alla loro cultura e alla posizione che occupano in società.

Ci sono, come abbiamo visto, i narcisisti plateali che ti amano alla follia e ti vogliono sposare dopo un giorno e, lì, con un minimo di lucidità i segnali sono forti e riconoscibili. Ci sono, però, anche manipolatori molto più abili e astuti che agiscono in maniera così sottile che riconoscerli subito è praticamente impossibile. Cosicché anche una donna determinata, brillante, non particolarmente empatica e lungi dall’essere crocerossina può restare coinvolta in un legame tossico.

Troverete l’identikit dei narcisisti con le loro caratteristiche nel glossario in fondo al manuale.

Dunque, riepilogando, certo è che la “donna crocerossina” abbia una notevole propensione alla relazione con il narcisista. Tra le prime strategie manipolative messe in atto dal vampiro energetico, c’è quella di far leva sul proprio vittimismo e qui “la ragazza della croce rossa” ci va a nozze.

Certo è che questi due personaggi siano i protagonisti delle peggiori favole. La loro non è semplicemente una storia destinata a restare senza l’happy ending, crocerossine e narcisisti danno vita a una trama di fronte al quale i film dell’orrore inorridiscono.

Certo NON è che sia l’unica tipologia di donne che possa capitolare davanti a quest’amore che, come ci canta Gianna Nannini a squarciagola, è una camera a gas.

Di conseguenza bisogna assolutamente smantellare ogni congettura basata sul “Abbiamo la sindrome della crocerossina? Allora è ovvio essere “prede” di questi soggetti”, un po’ come dire “Ce la siamo cercata”. Nessuna se la va a cercare, semplicemente capita e non riusciamo a riconoscerla.

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Ivana Napolitano, ci spiega che spesso chi è vittima di un partner affettivo psicologicamente abusante si trova a dover fare i conti con affermazioni che amplificano i sensi di colpa ed impediscono il processo di esternalizzazione del dolore, prima fra tutte “se l’è andata a cercare!”

Questo pregiudizio viene rafforzato dall’idea che tutte le vittime siano donne affamate d’amore convinte che l’unico modo per essere amate sia quello di sacrificare sé stesse. Si parla di “dipendenza affettiva” quando tutti i propri sforzi, reali o mentali sono concentrati sull’altro e sulla relazione, nonostante i suoi palesi aspetti disfunzionali. Molte donne hanno difficoltà a riconoscere il “vero amore” perché hanno un vuoto interiore (derivante da ferite infantili) richiedente, distruttivo che pretende di essere riempito con qualsiasi cibo spingendole ad aggrapparsi a storie deludenti, tossiche, nocive, violente.  Queste donne insicure, con bassa autostima, troppo empatiche restano incastrate nella relazione con l’egoista manipolatore e sono quelle che con più leggerezza vengono ingiustamente etichettate come “colpevoli” di essersi imbattute nel trauma dell’abuso narcisistico.

È assolutamente importante diffondere l’idea che chiunque può essere abusato psicologicamente, nessuna donna ha fatto qualcosa di sbagliato per meritare una relazione tossica. Sono tante le storie di vittime che con la “crocerossina” non c’entrano niente, al contrario, sono sicure di sé, severe, autorevoli, determinate e con storie familiari di amore e di attaccamento sicuro. Non esiste l’identikit della “vittima perfetta”, ogni persona ha la sua peculiarità. Quello che sicuramente accomuna le “prede”, invece, è l’entità del trauma: dopo un abuso narcisistico la donna si sente uno straccio, sviluppa un’idea di sé distorta e sminuita.

 

Io, per quello là, ero una papabile vittima perfetta ma più di tutto rappresentavo certamente la sfida perfetta: una crocerossina dallo spirito indipendente. Riuscite ad immaginare una preda più allettante?

Ero single da tanto tempo con una vita a dir poco frenetica, ormai abituata a quelli che già allora chiamavo “fantasmini”, maschi che apparivano e sparivano come fosse stato nulla e soprattutto come io fossi stata nulla. Alla fine, ero così assuefatta da aver adottato lo stesso loro atteggiamento.

Chi l’avrebbe detto che oggi questi soggetti sarebbero diventati popolari e dannosamente di tendenza con il nome di “ghoster” e il loro fare “ghosting” del cazzo. Questo, però, lo vedremo qualche girone più avanti.

Premetto che tale atteggiamento non mi stava bene, tuttavia, questi personaggi funzionavano così e pian piano mi ero accomodata anch’io in quella superficialità. E a proposito di superficialità a lui avevo espresso, tra le mille chiacchiere della sera in cui ci siamo conosciuti, anche il desiderio di volermi sposare un giorno, non per la vita matrimoniale ma solo per indossare “quell’abito” e perché, visto che organizzavo eventi, mi sarebbe piaciuto andare al mio matrimonio che avevo già tutto nella mente. Gli avevo fatto un assist che neanche il miglior Luis Alberto con il malleolo o Milinkovic di tacco nella mia Lazio, ecco perché “desiderava” sposarmi di rovesciata al volo.

Quando, a fine serata, mi chiese: «A che ora passo a prenderti domani?», gli risposi: «In che senso domani?», ero incredula al punto che pensavo di aver capito male. Ero abituata a rivedere un “tipo nuovo” dopo un lasso di tempo indefinito.

Il mio cervello l’anomalia di quel “Love Bombing”, come vi ho detto, l’aveva intercettata ciononostante era rimasto fortemente attratto da chi non aveva intenzione di sparire, anzi, addirittura di progettare e costruire.

Post-it: Non c’è nulla che esca dai loro sguardi o dalla loro bocca che non sia minuziosamente calcolato. Loro non ci stanno semplicemente ascoltando quando ci raccontiamo, durante il love bombing, stanno archiviando ogni possibile informazione per poi colpire i nostri bisogni e affondare i nostri punti deboli. Ah, e teniamo bene a mente che questa sarà l’unica fase della relazione in cui hanno la virtù dell’ascolto, in seguito le nostre saranno solo parole al vento.

Ecco, quindi, va bene lavorare su noi stesse al fine di comprendere i motivi per i quali ci siamo fatte irretire ma resta fondamentale scrollarci di dosso, quanto prima, i sensi di colpa e acquisire la consapevolezza che questi soggetti dalla personalità disturbata hanno delle skills manipolative così machiavelliche che Sherlock Holmes e Mr Moriarty messi insieme gli spicciano casa.

E, lo ammetto, non vedevo l’ora di usare anche io una delle espressioni “più fighe” del momento, “Skills” al posto di “abilità”.